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Uno US Open da “ritorno al passato” per l’Italia senza Sinner: tra eliminazioni precoci e un monito da tenere a mente

Giandomenico Tiseo

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Lorenzo Musetti LaPresse

L’US Open di New York ha restituito un’immagine del tennis italiano che, per una volta, sembra appartenere a un passato non troppo lontano. Un torneo senza azzurri nei quarti di finale, dopo una lunga sequenza di risultati che aveva ormai abituato il movimento a essere protagonista nelle fasi decisive dei grandi appuntamenti. È soprattutto la fine di una striscia a fare impressione: quella iniziata con gli Australian Open 2024 e arrivata, proprio a New York, a quota undici Slam consecutivi con almeno un italiano in semifinale.

Un dato che fotografa bene quanto sia cambiata, negli ultimi anni, la percezione del tennis italiano. Prima di questa nuova epoca, la presenza di un azzurro nelle fasi finali di uno Slam rappresentava un evento da celebrare come eccezionale. Oggi, invece, l’assenza dai quarti di finale viene quasi percepita come un’anomalia. Ed è proprio questa inversione di prospettiva a suggerire la prima riflessione: non bisogna confondere ciò che è diventato frequente con ciò che è diventato scontato.

Non è casuale che una situazione del genere si sia verificata proprio in occasione di uno Slam disputato senza Jannik Sinner, fermato dal noto infortunio al ginocchio destro. Sarebbe però riduttivo leggere il risultato di New York esclusivamente attraverso la sua assenza.

L’altoatesino è il giocatore che, più di chiunque altro, ha trasformato la competitività azzurra in continuità di rendimento e, soprattutto, in vittorie Slam. Le cinque affermazioni Major ottenute dal pusterese dal 2024 a oggi hanno portato il tennis italiano su una dimensione che prima non aveva mai conosciuto.

Ma proprio per questo l’US Open dovrebbe lasciare un monito, più che un allarme. Le vittorie di Jannik non vanno date per scontate. Vanno vissute e godute finché ci sarà la possibilità di vederle. Perché quando il numero uno non è disponibile, il rischio è quello di tornare immediatamente a una condizione nella quale anche raggiungere le fasi conclusive di uno Slam diventa molto più complicato. E New York, sotto questo aspetto, è stato un promemoria particolarmente efficace.

La coincidenza con l’assenza di Sinner è evidente e non può essere ignorata. Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformarla automaticamente nella dimostrazione che, senza il pusterese, il tennis italiano non sia più competitivo. Perché i numeri degli ultimi anni raccontano qualcosa di più articolato.

Se Jannik è stato il giocatore capace di portare a compimento il percorso con una continuità e una capacità di vincere senza precedenti, il resto del movimento ha comunque costruito una serie di risultati che meritano di essere considerati dal 2024 a oggi.

Lorenzo Musetti ha raggiunto la semifinale a Wimbledon nel 2024, la semifinale al Roland Garros nel 2025 e i quarti di finale agli US Open 2025 e agli Australian Open 2026. Flavio Cobolli è arrivato fino alla finale del Roland Garros 2026 e ha raggiunto i quarti di finale a Wimbledon nel 2025 e nel 2026. Matteo Arnaldi ha centrato la semifinale al Roland Garros 2026, mentre Matteo Berrettini ha raggiunto i quarti di finale dello stesso torneo.

Sono risultati che impediscono di descrivere gli ultimi anni come una semplice storia individuale, nella quale tutto sarebbe dipeso esclusivamente da Sinner. La differenza, semmai, sta nel livello del risultato finale. Sinner ha trasformato la presenza italiana nelle fasi decisive in una consuetudine e, soprattutto, ha trasformato le occasioni in titoli. Gli altri azzurri hanno dimostrato di poter arrivare molto avanti, ma con una frequenza e una continuità ancora inferiori.

Ed è probabilmente questo il vero punto della questione. L’Italia del tennis non dovrebbe quindi reagire all’US Open con allarmismo. Un singolo torneo negativo, soprattutto all’interno di un periodo nel quale il movimento ha prodotto risultati di assoluto rilievo, non può cancellare quanto costruito negli ultimi tre anni.

Allo stesso tempo, però, sarebbe un errore opposto minimizzare ciò che è successo a New York. L’assenza di Sinner ha mostrato con chiarezza quanto sia difficile mantenere una presenza costante nelle fasi finali dei grandi tornei senza il giocatore che, negli ultimi anni, ha rappresentato il principale punto di riferimento dell’intero movimento. Non è necessariamente una debolezza strutturale: è anche la conseguenza naturale della presenza di un fuoriclasse capace di garantire risultati che, per definizione, non possono essere considerati normali.

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