Ciclismo

Pozzovivo: “Finn ha imparato tantissimo, Evenepoel non era in condizione. Vorrei proseguire nel 2027”

Francesca Cazzaniga

Pubblicato

il

Remco Evenepoel / IPA Agency

Dopo un Mondiale folle e imprevedibile che ha visto coronare il sogno dell’americano Brandon McNulty, successore del suo capitano (alla UAE Emirates) Tadej Pogacar nell’albo d’oro della corsa iridata, davanti a Michael Matthews (Australia) e Mathieu Van der Poel (Olanda), ne abbiamo parlato con il veterano Domenico Pozzovivo per stilare un bilancio della rassegna iridata canadese e discutere della sua lunga carriera, che attualmente lo vede in forza alla Solution Tech NIPPO Fantini.

L’assenza di Pogacar ci ha fatto rivedere un ciclismo incerto e imprevedibile. E ha vinto proprio un gregario dello sloveno…
“Sicuramente l’assenza di Pogacar ha influito molto sulle dinamiche del Mondiale. Quando manca un corridore come lui, che negli ultimi anni ha spesso monopolizzato le corse, si aprono inevitabilmente scenari diversi e la gara diventa più imprevedibile. Il percorso era anche adatto a questo tipo di situazioni, con tanti chilometri e diverse possibilità tattiche, ma credo che sia stato soprattutto un Mondiale spettacolare e difficile da leggere fino alla fine. McNulty è un corridore molto solido, che ha dimostrato di avere tutte le qualità per vincere una gara di questo livello. Ha saputo sfruttare bene la situazione e, anche grazie a una Nazionale americana che ha corso in maniera impeccabile, ha conquistato una vittoria meritatissima. Il fatto che sia stato il compagno di squadra di Pogacar a livello di Team rende poi la storia ancora più particolare”.

Evenepoel sconfitto: ha pagato la pressione?
“Secondo me no, non credo sia una questione di pressione. A cronometro l’ho visto molto performante, come del resto ci ha abituato, mentre anche al GP di Montréal non mi era sembrato nella sua miglior condizione. Probabilmente si è concentrato molto di più sulla cronometro e può aver pagato qualcosa nella preparazione della prova in linea. Su un percorso e su un chilometraggio come quelli del Mondiale, basta arrivare con una condizione leggermente inferiore per fare la differenza. Non credo quindi sia stata la pressione, penso più che fosse una questione di condizione e di preparazione”.

Seixas respinto dal chilometraggio elevato. La dimostrazione che bruciare le tappe non è sempre una buona idea?
“Sì, esatto. Seixas è sicuramente un grande campione e ha dimostrato di avere qualità importanti, però bisogna anche considerare che stiamo parlando di un ragazzo di 20 anni che si è trovato ad affrontare una gara di questo tipo, con un chilometraggio enorme e anche tante responsabilità. A quell’età credo sia importante avere un po’ più di calma e permettergli di costruire il proprio percorso senza avere necessariamente fretta di arrivare subito al massimo livello. Le qualità ci sono e non si discutono, ma proprio per questo penso che vada accompagnato nella crescita con un po’ di pazienza”.

Del Toro generoso, ma ha pagato il non avere una squadra all’altezza?
“Sì, credo che questo sia stato il fattore decisivo. Del Toro ieri era probabilmente il più forte in salita, lo ha dimostrato chiaramente, però ha dovuto spendere tantissimo anche per il suo modo di correre. Ha fatto tanti affondi, ha preso tanto vento e ha dovuto rispondere a diverse situazioni senza poter contare su una squadra all’altezza nel finale. Su un chilometraggio così lungo, alla fine, si paga tutto. Ogni accelerazione, ogni inseguimento, ogni momento passato al vento lascia qualcosa nelle gambe. Nonostante questo è stato comunque presente fino alla fine e ha avuto una dinamica di corsa che gli ha permesso di essere protagonista, anche se poi non ha avuto le energie necessarie per giocarsi la vittoria nel finale”.

Secondo te Ciccone aveva le gambe per vincere il Mondiale? E cosa è mancato dal punto di vista tattico?
“Secondo me per vincere il Mondiale no, ma sicuramente Ciccone era tra i corridori che potevano giocarsi il podio. Aveva una condizione importante e lo ha dimostrato, però credo che la situazione tattica non lo abbia aiutato. L’Italia, trovandosi a dover inseguire senza essere riuscita a inserire un uomo nell’attacco di Van der Poel, si è giocata un paio di corridori che sarebbero potuti essere molto utili più avanti per provare a portare Giulio a giocarsi una medaglia. È mancato forse il coraggio di entrare nell’azione di Mathieu a così tanti chilometri dall’arrivo, perché era evidente che quell’attacco avrebbe potuto diventare decisivo. Detto questo, nel complesso credo che la nostra Nazionale abbia corso bene. In una gara così lunga e difficile da leggere non è semplice avere sempre la situazione sotto controllo”.

Finn con generosità è riuscito a chiudere la gara. Secondo te ha avuto senso fargli disputare un Mondiale di 275 km? Cosa può avergli portato per il futuro?
“È stata una decisione un po’ al limite, soprattutto considerando anche il fatto che correrà l’Europeo. Personalmente avrei puntato un po’ di più sulla rassegna continentale, anche perché si tratta di una gara con un chilometraggio più corto rispetto al Mondiale e probabilmente più adatta alle sue caratteristiche in questo momento della carriera. Detto questo, Finn ha corso con grande generosità ed è riuscito comunque a portare a termine una prova così impegnativa. Sicuramente un’esperienza del genere può essere un mattoncino importante per la sua crescita. Da così giovane affrontare 275 chilometri in un Mondiale significa accumulare un’esperienza che potrà tornargli utile in futuro. Sono gare che, anche quando non portano necessariamente un risultato, ti insegnano tantissimo”.

Veniamo alla tua stagione: ti saresti aspettato di metterti alle spalle ancora così tanti ragazzini?
“A livello di podi e di vittorie sfiorate è stata una sorpresa anche per me. Quando sono tornato a correre sapevo di poter dare ancora qualcosa, però chiaramente non avevo la certezza di poter essere competitivo a questo livello e soprattutto con questa continuità. Ho avuto la possibilità di scegliere anche un buon calendario, con corse che si adattavano alle mie caratteristiche e alle mie condizioni, e questo ha dato i suoi frutti. Probabilmente anche l’esperienza mi ha aiutato: so ormai molto bene come gestire determinate situazioni di gara e come prepararmi per gli appuntamenti che considero più importanti. Poi è chiaro che mettersi alle spalle ragazzi molto più giovani fa piacere, soprattutto perché dimostra che, se riesci a trovare il giusto equilibrio, puoi ancora essere competitivo anche dopo tanti anni di carriera”.

Sei felice quindi di essere tornato? E, tornassi indietro, non avresti smesso?
“Assolutamente sì, sceglierei ancora di tornare in gruppo. Se all’inizio avevo qualche dubbio, oggi posso dire con convinzione che è stata la scelta giusta. Tornare non era una decisione scontata e sicuramente c’erano tante incognite, ma il fatto di essere riuscito a ritrovare determinate sensazioni e soprattutto il piacere di correre mi ha confermato che ne valeva la pena. Il ciclismo è una parte importante della mia vita e poter essere ancora lì, in mezzo al gruppo, confrontarmi con ragazzi più giovani e sentirmi competitivo è qualcosa che mi dà ancora tante motivazioni. Per questo, guardando a posteriori alla decisione che ho preso, non ho rimpianti”.

Andrai avanti anche nella prossima stagione?
“Ci sto pensando. Chiaramente mi sto confrontando sia con la mia famiglia sia con la squadra, perché una decisione del genere non riguarda solamente me. Però le possibilità che possa essere ancora in gruppo anche il prossimo anno sono molto alte. Mi piacerebbe continuare questa esperienza con la Solution Tech NIPPO Fantini, una squadra che ha creduto fin dall’inizio in questa mia pazza idea di tornare a correre e che mi ha dato la possibilità di dimostrare che potevo ancora essere competitivo. Vedremo nelle prossime settimane, ma sicuramente la volontà e le motivazioni non mi mancano. Finché ci sarà la possibilità di correre e di essere utile alla squadra, credo che valga la pena continuare a provarci”.

Exit mobile version