Tennis
Omar Camporese: “Sinner in una fase delicata: se il problema continua, significa che la situazione è seria”
Infortuni, carichi di lavoro e un tennis sempre più fisico. Il 2026 ha riportato al centro del dibattito la sostenibilità del tennis moderno. Gli stop di Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, arrivati in momenti diversi della stagione, hanno inevitabilmente inciso sugli equilibri del circuito, mentre Alexander Zverev ha saputo sfruttare le occasioni conquistando più titoli Major degli altri.
Ma quanto è cambiato il tennis? E quanto il suo crescente livello di intensità incide sul fisico dei giocatori? Ne abbiamo parlato con Omar Camporese, ex numero 18 del mondo e oggi allenatore. Da circa un anno Camporese collabora con l’Accademia Vavasori in Turchia.
Un’esperienza che gli permette di osservare da vicino l’evoluzione del tennis, dalla preparazione atletica alla gestione dei carichi di lavoro, passando per l’aumento degli infortuni. Da qui parte il confronto sul caso Sinner, sulle condizioni sempre più estreme del gioco moderno e sulla stagione degli italiani.
Camporese, partiamo dal ginocchio di Sinner: quanto è delicato gestire un infortunio quando non se ne conosce ancora l’entità?
“Posso dire, per esperienza personale, che si tratta di una situazione molto delicata. Se non sei al cento per cento, non puoi affrontare una partita con l’obiettivo di vincerla. Noi giocatori, e mi considero ancora tale, non scendiamo in campo se non siamo fisicamente idonei: non vogliamo nemmeno correre il rischio di peggiorare la situazione“.
Sinner è molto attento alla preparazione e alla gestione fisica. In questi casi fermarsi è la scelta inevitabile?
“Credo che sia un giocatore molto professionale, attento e puntiglioso, e che anche il suo staff lavori sempre alla ricerca della perfezione. Se si accorgono che non è nelle condizioni di giocare un torneo senza rischiare una riacutizzazione del dolore, penso sia giusto fermarlo. Sinner ha giocato tantissimo nel periodo primaverile, arrivando praticamente sempre fino in fondo perché vinceva i tornei. Ha spinto molto e, probabilmente, era inevitabile farlo“.
Poi è arrivato il problema al ginocchio. Quanto pesa, in questo caso, giocare sul cemento?
“Il cemento è una superficie molto rigida, che non concede mezze misure: tutte le contrazioni e gli appoggi si scaricano sul ginocchio. Se il problema continua, significa che purtroppo la situazione è seria. Il ginocchio è un punto fondamentale e, per esperienza, anche molto delicato. Io ho avuto una semplice infiammazione al tendine rotuleo e, pur trattandosi di una cosa banale, per tre mesi ho fatto fatica persino a camminare e a sostenere il peso del corpo“.
Le scivolate e i recuperi estremi di Sinner possono aumentare lo stress sull’articolazione?
“Assolutamente sì. Il cemento non è una superficie elastica come l’erba o la terra battuta. Ogni appoggio che fai, sia durante la corsa sia nella spinta del servizio o anche semplicemente nell’attesa della risposta, viene trasmesso all’articolazione. Pensiamo poi a quando devi recuperare una palla in difesa, arrivare in scivolata e subito dopo spingere per tornare al centro del campo: è un gesto che sottopone il ginocchio a uno stress enorme“.
Ma il problema degli infortuni riguarda ormai l’intero circuito. Quanto è cambiato il tennis rispetto a 20/30 anni fa?
“Sicuramente qualcosa è cambiato. I tornei sono più o meno gli stessi di una volta, quindi non credo che il problema sia semplicemente il numero degli appuntamenti. È cambiato il tennis. Oggi è molto più fisico rispetto alla nostra epoca. Noi avevamo un gioco forse più tecnico, anche se naturalmente si spingeva sempre. C’erano più servizi e discese a rete, mentre oggi gli scambi durano di più e sono molto più intensi“.
Anche la preparazione atletica ha seguito questa evoluzione?
“Credo di sì. Oggi vedo lavorare molto a corpo libero, mentre quando giocavo io ricordo allenamenti con grandi pesi sulle spalle, da sollevare usando gambe e braccia. Gli infortuni esistevano anche allora, ma erano meno frequenti. Non voglio dire che sia colpa della preparazione atletica attuale, perché ci sono anche episodi del tutto casuali. Il problema al polso di Alcaraz, per esempio, non può essere ricondotto necessariamente alla preparazione: quando un’infiammazione colpisce un punto fondamentale per impugnare la racchetta e compiere il gesto tecnico, diventa impossibile giocare“.
Lei ha dovuto interrompere la carriera proprio per un problema fisico. Che cosa successe?
“Nel mio caso si era formata un’osteofitosi proprio nel punto in cui estendevo e flettevo il braccio. Si era creato un piccolo spazio in cui l’osso aveva cominciato a crescere e questo non mi permetteva più di continuare la carriera. Per certi versi era una situazione simile a quella che aveva avuto Van Basten al piede“.
E l’allungamento dei Masters 1000, oggi distribuiti su due settimane, può aiutare a gestire meglio i carichi?
“Una volta alcuni Masters 1000 si giocavano addirittura al meglio dei cinque set e duravano dieci giorni. Oggi i tornei sono stati allungati a due settimane proprio per concedere agli atleti maggiori possibilità di recupero. Anche sulle temperature sono state introdotte regole più protettive. Io ricordo di aver giocato contro Becker con quaranta gradi. Da questo punto di vista, oggi i giocatori sono sicuramente più tutelati“.
Quindi il fattore decisivo è soprattutto il modo in cui si gioca?
“Secondo me sì. Gli scambi sono più lunghi e molto più esplosivi. Una volta eravamo più tecnici e utilizzavamo maggiormente gambe e braccia in modo fluido. Oggi si tira sempre forte e molti movimenti sono più strappati. Lo si vede anche nel caso di Matteo Berrettini, che ha un gioco molto fisico, soprattutto sul dritto e sul servizio. Questo tipo di tennis può aumentare lo stress sul corpo. Un giocatore più sciolto, come era Federer, compie movimenti diversi e forse sottopone il fisico a sollecitazioni differenti“.
Passiamo agli altri italiani. Lorenzo Musetti continua a fare i conti coi problemi fisici. E’ arrivata anche la notizia della frattura del dito della mano destra a Tokyo. Cosa possiamo dire?
“Io ho sempre detto che, dopo Alcaraz, Musetti è il tennista che gioca meglio a tennis in assoluto. Dal punto di vista tecnico vale i primi cinque. L’anno scorso aveva fatto vedere una crescita straordinaria: invece di giocare bene soltanto per un mese e accumulare lì abbastanza punti per gestire la stagione, era riuscito a mantenere un livello elevato praticamente per tutto l’anno, arrivando tra i primi otto e alle ATP Finals. In Australia aveva anche mostrato di poter puntare alla top-5“.
E poi è arrivata una serie di infortuni che ne ha minato la continuità?
“Assolutamente sì. Se Musetti non avesse avuto gli infortuni e avesse potuto proseguire il percorso iniziato, oggi probabilmente parleremmo di una stagione diversa. La partita con Djokovic in Australia rappresenta, da questo punto di vista, uno di quei momenti che possono cambiare un’intera annata. Dopo Alcaraz e Sinner, io vedevo proprio Musetti e Zverev dietro di loro. Mi auguro che si riprenda al più presto, perché abbiamo bisogno di un giocatore con le sue caratteristiche“.
E Flavio Cobolli? La finale di Parigi e l’ingresso in top-10 erano risultati che si potevano prevedere?
“È un giocatore che mi piace molto. È sanguigno, ha carattere e soprattutto ama profondamente la maglia italiana. Quando vedo giocatori di questo tipo mi immedesimo un po’ in loro e li apprezzo particolarmente. Non direi però che sia stata una sorpresa assoluta, perché secondo me ha un potenziale molto alto“.
Una stagione in cui, inevitabilmente, le assenze di Alcaraz e Sinner hanno pesato sugli equilibri dei tornei?
“Quando mancano questi due, nei tornei può succedere di tutto. Basta guardare il tabellone di Parigi dopo la sconfitta di Jannik per il malessere: c’erano Zverev, Cobolli, Auger-Aliassime e altri giocatori. Il resto era molto aperto. C’erano anche tennisti che arrivavano da tornei minori giocati la settimana precedente. Poteva succedere davvero qualsiasi cosa. Lo stesso discorso vale, in parte, per la stagione americana“.
Zverev ha sfruttato queste occasioni e ha conquistato due Major. Che cosa è cambiato nel suo gioco e, soprattutto, nella sua testa?
“Credo sia migliorato soprattutto dal punto di vista mentale. La vittoria di Parigi gli ha dato maggiore consapevolezza. L’ho visto giocare alla Laver Cup e mi è sembrato migliorato anche con il dritto. Ha aumentato la percentuale di prime di servizio e questo lo ha aiutato a credere maggiormente nelle proprie possibilità“.
Si è quindi ridotto il divario con Alcaraz e Sinner?
“Un piccolo passo in avanti lo ha fatto, ma secondo me un divario tra lui e gli altri due rimane. Quando Alcaraz e Sinner giocano al 100%, hanno qualcosa in più. Fanno un altro sport“.