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MotoGP, l’Italia del futuro diventerà il Giappone del passato? Eccellenza tecnica senza piloti di grido?

Francesco Paone Casati

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Marquez e Bezzecchi / Valerio Origo!

Premessa doverosa, così nessuno se ne avrà a male e il taglio dell’articolo non potrà essere frainteso. Quella che segue è una provocazione. Non fine a sé stessa, bensì atta a generare uno spunto di riflessione legato ai tratti assunti dalla MotoGP nell’epoca corrente, nonché ai connotati dai quali la classe regina del Motomondiale potrà essere caratterizzata nel prossimo futuro.

A corollario di quanto scritto nella giornata di ieri, relativamente all’egemonia sistemica della Spagna in termini di piloti, è singolare notare come l’Italia motociclistica del futuro potrebbe “trasformarsi” in ciò che il Giappone motociclistico è stato in passato. Ossia un Paese capace di esprimere eccellenze in termini ingegneristici, ma privo di centauri in grado di fare la differenza o condurre le moto ai titoli iridati della top-class.

Sì, è una provocazione, però fino a un certo punto. Guardiamo in faccia la realtà dei fatti. Quali piloti del nostro Paese vedremo in MotoGP nel 2027? Ragioniamo, peraltro, guardando alla stagione ventura. Tre correranno in Aprilia. Francesco Bagnaia avrà 30 anni. Marco Bezzecchi ne avrà 28 ed Enea Bastianini ne avrà 29. Due saranno in KTM. Fabio Di Giannantonio avrà 28 anni e Luca Marini viaggerà per i 30. In Ducati ci sarà un rookie, Nicolò Bulega, tuttavia già di 27 anni, vista la piega presa dalla sua carriera. Come si può notare, sono tutti nati tra il gennaio 1997 e l’ottobre 1999.

Dietro di loro, purtroppo, si vede veramente poco. Celestino Vietti (classe 2001) e Tony Arbolino (nato nel 2000) non sembrano poter avere un futuro in MotoGP. Il ventenne Luca Lunetta sta vivendo una difficile stagione d’esordio in Moto2, ma in Moto3 non ha mai avuto continuità di risultati. Qualche podio e poco altro. Matteo Bertelle, prodotto del 2004, sta assumendo lo stesso profilo. Nel recente passato c’era chi indicava nel diciottenne Guido Pini ‘il nuovo Messia’, investendolo di un ruolo e dandogli un’etichetta assolutamente controproducenti per la sua crescita, caricata di aspettative non necessarie.

Insomma, il firmamento del motociclismo italiano è illuminato da diverse stelle dalla magnitudo differente, ma ognuna di esse è destinata a spegnersi (come tutti gli astri) e all’orizzonte non si scorge alcun bagliore che possa fare luce sul panorama. Si prospetta una notte fonda in termini di centauri tricolore negli anni ’30 del XXI secolo? È un’ipotesi plausibile, se si scruta al futuro.

Eppure, oramai da un lustro, nello stesso ambito sono le aziende italiane a dettare legge. Ducati ha cambiato il metodo di lavoro e imposto un’evoluzione con pochi precedenti, fra aerodinamica ed elettronica. Aprilia è riuscita a seguirla, prendendo la stessa via. Viceversa, Ktm è alle prese con una profonda crisi finanziaria che va al di là dell’aspetto agonistico, mentre le aziende giapponesi hanno letteralmente perso il passo, rimanendo indietro. Una situazione impensabile sino a una decina di anni fa.

Honda e Yamaha non avevano rivali. O meglio, a tratti c’era Suzuki a infastidirle, ma la Casa di Hamamatsu si è ritirata nel 2022. Tornando al passato più lontano, ci sono stati momenti di assoluto dominio di ognuna delle tre realtà industriali citate. Il Motomondiale lo correvano i piloti di tutto l’orbe terracqueo, ma le moto veramente competitive era solo ed esclusivamente quelle nipponiche.

Circolava la leggenda urbana che “ai giapponesi piace costruire le moto, ma non gli piace guidarle”. Falso mito, i centauri provenienti dal Paese del Sol Levante c’erano eccome, ma la maggioranza non emergeva dalle classi inferiori, soprattutto per limiti biologici, quando la guida delle 500cc era molto fisica. Semplicemente, erano troppo minuti per domare le belve della categoria regina. È anche vero che, con il passare degli anni, di asiatici competitivi se ne sono visti sempre meno, sino a sparire quasi del tutto. Difatti, l’affermazione conquistata da Ai Ogura quest’anno in MotoGP è stata salutata con entusiasmo, poiché ha posto fine a un lunghissimo digiuno.

È questo il futuro dell’Italia e del Motomondiale? Vedremo una MotoGP in cui le aziende stanziate nel nostro Paese rappresenteranno l’eccellenza assoluta in termini tecnologici, senza però che vi siano centauri a disposizione? Anche questa, rebus sic stantibus, è un’ipotesi plausibile. Bisognerà verificare, innanzitutto, quale competitività avrà ogni moto nel momento in cui scatterà la rivoluzione regolamentare del 2027 e se l’egemonia tecnica italiana permarrà. Quella stessa supremazia che ha permesso a Ducati e Aprilia di vincere 73 gare su 75 dal 2023 a oggi.

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