Ciclismo

Luca Vergallito: “Ho bruciato alcune tappe, pagandone le conseguenze. Aspetto un progetto per il 2027”

Francesca Cazzaniga

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Luca Vergallito / Lapresse

A 29 anni, dopo un percorso di approdo al professionismo tanto peculiare quanto ormai noto al grande pubblico, Luca Vergallito si trova a fare i conti con una nuova fase della propria carriera. Il corridore milanese, passato in pochi anni dal mondo amatoriale alla massima categoria, ha già coronato uno dei sogni più grandi per un ciclista italiano: lo scorso maggio ha preso il via del Giro d’Italia numero 109, dopo aver maturato esperienza nelle grandi corse a tappe con le partecipazioni alle ultime due edizioni della Vuelta a España. Quella del 2026 è la sua terza stagione nel World Tour, ma anche un anno di riflessioni sul futuro. Vergallito, infatti, difficilmente proseguirà la propria avventura con Alpecin-Premier Tech e, al momento, non ha ancora una squadra per il 2027. Una situazione che, però, non sembra spaventarlo: anche un eventuale passo indietro rispetto al World Tour potrebbe rappresentare un’opportunità, a patto di trovare un progetto stimolante. Nel frattempo, tra gare, allenamento e un finale di stagione ancora da definire appieno, continua anche il percorso parallelo nel mondo della divulgazione scientifica con Mattia Gaffuri, insieme al quale ha fondato il podcast “Ciclismo KOMpetente”. Un’esperienza che gli permette di osservare il ciclismo anche da una prospettiva diversa, mettendo a confronto sport, scienza e preparazione. Abbiamo parlato con Luca Vergallito della sua crescita nel professionismo, dell’esperienza al Giro d’Italia, delle scelte che oggi rifarebbe diversamente e del futuro ancora tutto da scrivere.

Come procede questo scorcio di stagione?
“Tutto bene. Sono un po’ stanco dopo la trasferta canadese, ma nel complesso sto bene.”

È la tua terza stagione nel panorama World Tour. Sei felice e soddisfatto dei tuoi progressi?
“Direi 50 e 50. I progressi ci sono stati, ma allo stesso tempo il livello è molto alto e quindi, per quanto abbia fatto dei passi avanti, non sono stati quelli che avrei voluto. Per quanto possa essere migliorato, quando ti confronti con un livello altissimo diventa difficile essere pienamente soddisfatti. È una continua ricerca di qualcosa in più.”

Rispetto al primo anno nella massima categoria, quali sono oggi le consapevolezze?
“A livello di gare ho ormai un piccolo storico e so come sono andate le edizioni precedenti, quindi c’è sicuramente una maggiore consapevolezza di quello che vado ad affrontare e del livello che trovo in gruppo. Diventa un po’ meno un salto nel vuoto. Per quanto riguarda invece l’esperienza, credo sia un aspetto fondamentale, sia nella gestione delle gare sia nell’allenamento. Gli anni passati ti permettono di accumulare esperienza e questo porta inevitabilmente a fare scelte migliori rispetto a quelle che avresti fatto all’inizio.”

Per l’anno prossimo ci sarà un rinnovo con la Alpecin-Premier Tech o ti vedremo correre con un’altra maglia?
“È ancora un punto di domanda, ma molto probabilmente non ci sarà un rinnovo. Per il 2027, al momento, non ho una squadra, ma spero che possa arrivare qualcosa di interessante in un prossimo futuro. Non escluderei nemmeno un passo indietro rispetto al World Tour: sarei disposto a farlo, purché dietro ci sia un progetto interessante e nel quale possa trovare le condizioni giuste per continuare a crescere.”

In questa stagione hai corso anche il tuo primo Giro d’Italia. Hai notato differenze rispetto alla Vuelta, oltre alle temperature?
“La Vuelta a livello di profilo altimetrico è più selettiva rispetto al Giro di quest’anno, dove c’erano più tappe che ti permettevano di avere qualche possibilità di recupero. Ho quindi il ricordo di una Vuelta più dura, che lasciava meno spazio a recuperi intermedi. È difficile, però, fare un paragone diretto, anche perché quest’anno sono caduto ai Paesi Baschi e questo ha inevitabilmente influito sulla preparazione in vista della Corsa Rosa. Di conseguenza, anche se il percorso del Giro non era selettivo quanto quello della Vuelta, l’ho sofferto probabilmente più di quanto avrei fatto se fossi arrivato alla partenza in condizioni migliori.”

Tornassi indietro, c’è qualcosa che nel tuo percorso faresti diversamente?
“Bella domanda. Sicuramente alcune cose le cambierei. Probabilmente il fatto di essere arrivato nel ciclismo così velocemente: sono passato dall’essere un amatore a diventare un ciclista professionista al cento per cento e non ho avuto il giusto tempo per elaborare quello che stava succedendo e fare alcuni passaggi con la necessaria calma. Avevo tanta fame di emergere e di ritagliarmi il mio spazio il prima possibile e, facendo così, ho bruciato alcune tappe, pagandone poi le conseguenze. C’è poi un altro aspetto che oggi, con il senno di poi, vedo in maniera diversa. Alcuni piccoli successi che ho raggiunto, come un piazzamento o la partecipazione a un Grande Giro, ho avuto poco tempo per apprezzarli, perché ero sempre concentrato sullo step successivo. Questo atteggiamento può essere positivo perché ti spinge continuamente a migliorarti, ma allo stesso tempo non ti permette mai di vivere pienamente il momento. In un certo senso, non ti lascia mai respirare.”

Insieme a Mattia Gaffuri sei fondatore del podcast “Ciclismo KOMpetente”, oltre ad essere preparatori atletici. Nel podcast discutete di argomenti inerenti alla scienza nel ciclismo e alla preparazione, citando i rispettivi studi scientifici, parlando con atleti di alto livello in diversi sport di endurance. Come sta andando?
“Nell’ultimo periodo, considerando che entrambi siamo entrati nell’ambiente professionistico e durante la stagione siamo molto impegnati, stiamo avendo qualche difficoltà nel trovare la giusta continuità per le registrazioni del podcast. È un progetto al quale teniamo molto e mi auguro che in futuro possa tornare ad esserci quella continuità che avevamo negli anni scorsi.”

C’è un racconto o un aneddoto che ti ha colpito particolarmente durante una delle puntate del vostro podcast?
“Più che un singolo racconto, trovo interessante la possibilità di confrontarsi con altri professionisti e ascoltare punti di vista differenti. Che siano atleti oppure persone che lavorano nel mondo dello sport in senso più ampio, come preparatori o altre figure che supportano gli atleti, ogni confronto permette di portarsi a casa qualcosa. È proprio questa varietà di prospettive che rende interessante il podcast: spesso parti da un argomento e ti ritrovi a scoprire approcci completamente diversi rispetto a quelli a cui sei abituato.”

Negli ultimi anni vediamo sempre più atleti arrivare da percorsi differenti, anche da altri sport e dall’allenamento indoor. Un esempio – oltre al tuo – è il pattinaggio di velocità…
“Credo che nel mondo dello sport, così come in quello del lavoro, ci siano molti casi di specializzazione tardiva. Essere esposti a stimoli differenti durante l’età giovanile può far sì che l’iperspecializzazione venga meno e che si sviluppi invece negli anni successivi. Allo stesso tempo, però, bisogna confrontarsi con una realtà ciclistica che oggi va a pescare i talenti già nelle categorie giovanili. Se si arriva più avanti negli anni, quindi, c’è una maggiore richiesta di tempo, soprattutto per potersi specializzare e avere la possibilità di fare tutti i passaggi necessari. Ci sono atleti che riescono comunque ad arrivare al massimo livello pur avendo iniziato tardi, ma poi bisogna fare i conti con un sistema nel quale i giovanissimi praticano già la disciplina e iniziano molto presto il loro percorso di specializzazione. È una situazione che rende sicuramente più difficile recuperare il tempo perso, anche se non significa che sia impossibile.”

Hai corso le due classiche canadesi nei giorni scorsi, quindi Montréal e Québec, quali sono i tuoi prossimi appuntamenti?
“Adesso ci sarà il calendario italiano di fine stagione. Non è ancora definito al cento per cento, ma credo che le gare principali saranno Agostoni, Tre Valli e Lombardia. Dovrebbero essere queste le tre corse più importanti del mio finale di stagione.”

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