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Lorenzo Musetti: “Le variazioni hanno funzionato bene. Ho reagito bene alle difficoltà del match”

Andrea Addezio

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Lorenzo Musetti / LaPresse

L’esordio prometteva mille insidie e un match complicato. Nel primo turno dello US Open 2026 Lorenzo Musetti, con una partita da campione, disinnesca il britannico Arthur Fery 6-3 6-3 7-5 in due ore e dieci minuti. Nei trentaduesimi il carrarino affronterà l’australiano Dane Sweeny. Al termine del match il giocatore azzurro ha commentato la sua prova.

Sulla tattica usata per mettere in difficoltà il rivale: “Sì, penso che Arthur sia un giocatore che, anche per i risultati che ha ottenuto, dimostra di trovarsi bene a quell’altezza di palla. Credo che per questo sull’erba esprima probabilmente il suo tennis migliore. La strategia era cercare di tenere una traiettoria di palla più alta e di usare le variazioni del mio gioco, che oggi hanno funzionato piuttosto bene, anche se non sentivo di avere il mio livello migliore. Però era anche il primo turno e la prima partita Slam dopo l’Australian Open. In realtà quella con Djokovic era stata la mia ultima partita in uno Slam. Quindi sono davvero contento di aver giocato una prestazione solida contro un avversario che è nel suo momento migliore”.

Su quanto è servito per tornare a vincere una partita in uno Slam dopo il brutto infortunio in Australia: “Tanta pazienza, soprattutto. Ho dovuto fare i conti con molti infortuni in tutti questi mesi ed è stato un po’ frustrante per me ripartire e poi fermarmi di nuovo, ripartire e poi fermarmi ancora. Ho passato molto tempo a riflettere su quale fosse il problema o, meglio, non è stato facile individuare una causa precisa. Continuiamo a monitorare la situazione giorno per giorno e sembra che abbiamo individuato quale fosse il vero problema. A volte serve tempo per trovare certi dettagli nel proprio corpo. Però sono davvero contento di essere tornato sano fisicamente e credo anche di essere a un buon livello di tennis”.

Sui motivi del minor uso del rovescio a una mano: “Penso che sia una conseguenza del fatto che il rovescio a due mani, se siamo realistici, nel tennis moderno sia un vantaggio rispetto al rovescio a una mano. Lo è in relazione alla velocità del gioco, alla facilità nel coprire il lato sinistro del campo con una migliore estensione del braccio e nel gestire la risposta alle accelerazioni. Siamo in un certo senso costretti, perché è davvero difficile giocare in open stance con il rovescio a una mano e hai sicuramente meno potenza, meno forza. Anche in risposta non è semplice. L’unico vantaggio che penso di avere è la varietà che possiamo usare. Siamo più flessibili da quel punto di vista e possiamo creare qualche problema in più. Però, in termini generali, credo che non sia affatto raro sentire dire che il rovescio a due mani sia un vantaggio rispetto a quello a una mano. Certo, io parlo da giocatore con il rovescio a una mano, quindi sono un po’ svantaggiato, ma va bene così. Credo sia troppo tardi per cambiare”.

L’opinione sul tennis di Nishikori: “Kei è stato un giocatore a cui mi sono ispirato quando ero bambino, quando stavo iniziando a giocare a tennis. È stato uno dei primi giocatori che ho affrontato a Roma. Ricordo quella vittoria come un momento iconico per me: era la seconda volta che giocavo un match ATP e in due giorni consecutivi ho battuto Wawrinka e Nishikori. Due giocatori che si ritirano quest’anno. Il tempo passa e credo che anche il corpo e la mente abbiano bisogno di trovare altro. Penso che stiano facendo la loro scelta e la rispetto, sia come giocatori sia come persone. Sono contento per loro, perché so che troveranno un altro percorso, un altro viaggio, in quello che verrà dopo”.

Sulla distanza attuale rispetto al giocatore ammirato a inizio anno: “Secondo me Melbourne è stato sicuramente forse l’apice del mio livello, specialmente il match con Nole o anche gli ottavi con Fritz, dove avevo giocato un’ottima partita. Però venivo da una stagione, da sei mesi, di fiducia e mi sentivo molto maturo in campo. Avevo molto chiaro quello che dovevo fare e riuscivo anche a tradurlo bene nella pratica. Devo dire la verità: non pensavo di rientrare e di sentirmi così bene fin da subito, perché anche a Washington mi sono sentito bene. Poi ho perso due volte con Khachanov, che comunque ha giocato bene in questa trasferta americana. Anche con Tiafoe è stata una partita lottata, aperta, e credo di aver giocato molto bene le partite precedenti a quella con Tiafoe, a Cincinnati, che è sempre stato un torneo dove non sono mai riuscito a esprimermi. Però, se devo fare un paragone con il livello dell’Australia, sento che mi manca ancora qualcosa nei momenti chiave, perché quando si gioca allo stesso livello ci sono momenti della partita in cui una scelta giusta, interpretata nel modo giusto, cambia il match. Sia con Khachanov sia con Tiafoe ho avuto la sensazione che abbiano preso loro l’iniziativa e che mi abbiano battuto anche per questo. In Australia sentivo di avere io il coltello dalla parte del manico. Questa secondo me è la differenza più grande. Però oggi, anche se secondo me non ho giocato benissimo, nei momenti importanti, a parte sul 5-4, ho avuto subito una reazione e mi sono piaciuto. Alla fine, è questo, secondo me, l’importante”.

Sui minibreak subiti nei punti iniziali del tie-break: “Credo che si ricolleghi un po’ alla domanda di prima, o meglio alla mia risposta precedente. Il fatto di essere stato, se ricordo bene, 76 giorni senza giocare una partita non riguarda tanto il sentire la palla, quanto piuttosto le emozioni e le sensazioni che puoi replicare solo in partita. Puoi giocare tutti i match di allenamento che vuoi, ma non c’è nessuna emozione o sensazione che possa replicare quello che si prova in una partita vera, in un momento di tensione. Il servizio, per esempio, oggi mi ha aiutato nei momenti importanti. È un’arma che, come ben sapete, è un po’ un rapporto di amore e odio. Sto cercando di portarlo sempre più dalla parte dell’amore, perché i top player, i veri grandi giocatori, nei momenti importanti spesso mettono la prima e fanno la giocata giusta. È lì che si fa la differenza. Però non è solo il servizio. È anche un discorso di concezione del punto, di come si intraprende lo scambio. Sto lavorando molto sulla transizione dalla difesa all’attacco: lì posso fare di più, e spesso me lo ripeto. È una cosa che in allenamento sta andando meglio, quindi spero di riuscire a metterla in pratica nelle prossime partite. È un aspetto che ho molto chiaro in testa”.

Sull’infortunio subito in Australia come stimolo per tonare ad alto livello: “Ti rispondo in un altro modo. Se mi chiedessi se avrei preferito avere o non avere quell’infortunio, la risposta sarebbe sicuramente no, perché è stato più un infortunio mentale che fisico. O almeno io l’ho vissuto così. Secondo me anche gli altri infortuni che ci sono stati dopo sono stati in parte una conseguenza dello stress provocato da un episodio molto traumatico per me, che mi ha portato a cambiare e ad affrontare le cose in maniera diversa, proprio mentre stavo seguendo un percorso che stava dando molti frutti. Quindi, te lo ripeto, è stato qualcosa di molto emotivo per come è avvenuto: 2-7-0, l’occasione non dico della vita, ma l’occasione per confermare un ottimo momento, una buona preparazione, una stagione che era comunque andata molto bene, il fatto di essere arrivato alle Finals e di essermi guadagnato quelle Finals fino all’ultimo. Era una riconferma dei miei sacrifici e poi, in quella partita, mi giocavo anche il terzo posto del ranking, che porta fiducia su fiducia su fiducia. Quella parte l’ho vissuta male, devo dire la verità. E forse sono stato anche poco capace di farmi aiutare dalle persone intorno a me: ho chiesto poco aiuto a chi mi stava vicino, e questo mi ha portato un po’ giù. Però dagli errori si impara e siamo qui apposta per rifarci e per tornare a vivere quelle situazioni”.

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