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Elena Rybakina svela: “Mi sono presentata con un infortunio a New York e per una settimana non ho usato la racchetta”

Giandomenico Tiseo

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Elena Rybakina / LaPresse

Elena Rybakina ha conquistato gli US Open 2026 battendo Aryna Sabalenka nella finale dell’Arthur Ashe Stadium con il punteggio di 6-4, 5-7, 6-2, al termine di una sfida durata 2 ore e 21 minuti. Per la tennista kazaka è il terzo titolo Slam della carriera e il secondo Major della stagione dopo il successo all’Australian Open. Una vittoria che le ha permesso anche di raggiungere il numero 1 del ranking mondiale, al termine di un percorso che nell’ultimo anno l’ha riportata stabilmente ai vertici del tennis.

In conferenza stampa, Rybakina ha raccontato soprattutto le emozioni di una giornata destinata a entrare nella sua carriera. “È incredibile. È ancora così difficile elaborare quello che è successo. Ci sono stati troppi traguardi raggiunti in queste settimane. Sono felicissima e molto orgogliosa di tutto il lavoro fatto. È semplicemente fantastico. È difficile trovare le parole, ma sono davvero felicissima“.

La finale sembrava indirizzata dopo il primo set vinto 6-4, ma Sabalenka ha reagito nel secondo, imponendosi 7-5 e riportando l’incontro in equilibrio. Rybakina ha spiegato di aver affrontato il momento senza perdere la convinzione di poter ancora cambiare l’inerzia della partita. “Sento che il match è stato molto equilibrato. Anche nel primo set avevo ottenuto subito il break e questo mi aveva permesso di entrare un po’ più facilmente nello scambio e di essere aggressiva“.

Nel secondo parziale, invece, le due giocatrici hanno proceduto a stretto contatto, proteggendo i rispettivi turni di battuta. “Nel secondo set siamo andate avanti game dopo game, tenendo entrambe il servizio. Penso che lei, nei momenti importanti, sia stata semplicemente più aggressiva. Ha cercato i suoi colpi“.

Rybakina ha ammesso di aver avuto le sue occasioni senza riuscire però a sfruttarle. “Ho avuto alcune piccole opportunità e ho commesso un paio di errori“. La svolta è arrivata nel terzo set, quando la kazaka ha scelto di aumentare il livello di rischio: “Mi sono detta che potevo ancora farcela. Dovevo concentrarmi sul mio servizio e rischiare un po’ di più quando ne avevo la possibilità“.

Il successo di New York ha avuto un significato doppio: oltre al trofeo, Rybakina ha raggiunto per la prima volta la vetta del ranking mondiale. Un traguardo che, nelle sue parole, porta con sé soprattutto un senso di sollievo dopo settimane particolarmente intense. “Sarà molto diverso svegliarsi la mattina successiva sapendo di aver vinto gli US Open e di aver raggiunto il numero 1. È una sorta di sollievo, perché negli ultimi due o tre settimane hai seguito tutte le tue routine. È stato tanto lavoro e ci sono stati anche tanti nervi“. E poi la consapevolezza del momento storico: “Sarà fantastico svegliarsi sapendo di aver raggiunto obiettivi così importanti“.

Il risultato è anche il punto d’arrivo di una lunga risalita. Un anno fa Rybakina era in una situazione molto diversa, mentre oggi può mettere in fila il successo alle WTA Finals, l’Australian Open, il numero 1 mondiale e il trionfo agli US Open. La kazaka, però, non considera questo percorso una trasformazione improvvisa. “Certo, ho sempre creduto che fosse possibile. Abbiamo ottenuto grandi risultati. Naturalmente non tutti gli anni sono uguali. Ho vinto Wimbledon nel 2022. Poi non ho più vinto Slam, ma l’anno successivo ho giocato la finale dell’Australian Open. Penso che siamo sempre state lì“.

A fare la differenza, secondo Rybakina, è stato anche il lavoro costruito nel tempo insieme al suo gruppo: “Nel tuo percorso impari molto, succedono tante cose. Sento di avere adesso una grande squadra, persone fantastiche intorno a me, e continuiamo semplicemente a lavorare. Alla fine tutto questo ha dato i suoi frutti e sono felicissima, molto orgogliosa“.

La kazaka sa però che il successo non permette di abbassare la guardia: “Non è mai facile. Anche adesso finisco qui, mi riposo, festeggio, e poi ci sono ancora tornei in arrivo. Devi continuare a giocare, devi continuare a competere contro le stesse giocatrici e devi dare il meglio“. L’obiettivo, dunque, è restare in alto il più a lungo possibile: “È un viaggio fantastico e spero di poter rimanere al vertice il più a lungo possibile“.

Uno degli aspetti più interessanti della finale è stato il rendimento di Rybakina al servizio. Nel primo set la percentuale di prime era particolarmente bassa, ma la kazaka è riuscita comunque a imporre il proprio tennis. “Ci stavo pensando e sapevo di dover migliorare la percentuale di prime. Non stava funzionando. Però cercavo comunque di scegliere un punto e, almeno con la seconda, provare a spingere un po’ di più“.

Non sono mancati gli errori, ma la giocatrice ha mantenuto fede al piano tattico preparato prima della partita: “Ci sono stati alcuni doppi falli qua e là, ma avevo una sorta di piano in testa e mi sono semplicemente attenuta a quello. Poi, nei momenti importanti, il mio servizio è migliorato e mi ha aiutato molto“.

Quella contro Sabalenka è ormai una delle rivalità più significative del tennis contemporaneo. Anche questa finale ha confermato quanto sia sottile il margine tra le due, con Rybakina capace di imporsi nel momento decisivo dopo aver perso il secondo set. “Non so cosa porterà il futuro, ma le partite contro Aryna sono sempre molto difficili e penso che, dopo battaglie così dure, ci spingiamo a vicenda per diventare migliori“.

Un principio che Rybakina estende all’intero gruppo delle migliori giocatrici del circuito: “Non vale solo per lei, ma anche per le altre top player. Vuoi sempre provare qualcosa di nuovo, cambiare qualcosa nel tuo gioco, diventare migliore“. Sul futuro della rivalità, la kazaka mantiene prudenza: “Non so cosa ci riserverà il futuro, ma spero nel successo e in qualche altra vittoria“.

Il rapporto con New York è cambiato radicalmente. Quattro anni fa, dopo il trionfo a Wimbledon, Rybakina aveva perso al primo turno degli US Open giocando su un campo secondario. Oggi lascia Flushing Meadows da campionessa. La kazaka ha ricordato anche il suo primo incontro con il torneo: “Sono venuta qui per la prima volta dieci anni fa, da junior, e per me era già un posto fantastico. Era così rumoroso, così diverso dagli altri luoghi“.

E l’atmosfera di New York, indipendentemente dal campo in cui si gioca, resta per lei un elemento distintivo: “Sinceramente, dopo aver vinto Wimbledon, quell’anno stavano succedendo tante cose. Penso che soprattutto qui, indipendentemente dal campo in cui giochi, sia sempre tutto pieno. L’atmosfera è sempre fantastica“.

Poi la svolta: “Per qualche ragione, New York non era stato il mio posto migliore per il tennis negli ultimi anni, ma sicuramente adesso è cambiato. E spero che la prossima volta che tornerò possa cominciare da qui e arrivare fino alla fine“.

Rybakina ha definito tutti gli Slam estremamente difficili, seppure per ragioni differenti. New York, però, ha avuto un peso particolare, anche per le circostanze che hanno preceduto il torneo. “Penso che siano tutti molto difficili, ma in modi diversi. Ero sicuramente nervosa, come nelle altre finali Slam. Non dormi benissimo. Non mangi nemmeno così bene“.

Questa volta, inoltre, alla pressione per la vetta del ranking si è aggiunto il problema fisico accusato nella settimana precedente: “Sento che questo torneo è stato semplicemente più stressante perché in una delle partite giocavo per il numero 1 e poi, naturalmente, c’è stato l’infortunio che era avvenuto la settimana prima. Ogni giorno era una sorta di sfida, ma sentivo di essere più calma in queste situazioni rispetto a quando mi erano successe cose simili in passato“.

Il capitolo dell’infortunio rappresenta uno degli aspetti più sorprendenti del trionfo newyorkese. Ventitré giorni prima della finale, Rybakina si era ritirata dal match di Cincinnati contro Iga Swiatek. Arrivata a New York, le condizioni fisiche erano ancora tutt’altro che rassicuranti. “Non è stato sicuramente il periodo migliore, perché ero molto arrabbiata. Non sapevo davvero come sarebbe andata giorno dopo giorno. Quando siamo arrivati a New York abbiamo fatto una risonanza magnetica. Non sembrava affatto una situazione positiva. Abbiamo dovuto parlare con molti medici per avere un parere su cosa avremmo dovuto fare“.

Fondamentale è stato il supporto dello staff e di una dottoressa australiana: “Sono stata fortunata ad avere un’ottima dottoressa. È in Australia, ma è stata al telefono con noi per tutto il tempo. In qualche modo, insieme alla squadra, abbiamo elaborato un piano e ci siamo attenuti a quello, discutendo ogni giorno su ciò che potevamo fare“.

Il lavoro è stato soprattutto lontano dal campo: “Per sette giorni andavo semplicemente dalla mia camera d’albergo alla palestra, passavo lì tre ore, facevo molta riabilitazione e molti trattamenti. Per una settimana non ho toccato la racchetta“. Anche qualche momento di evasione è servito per alleggerire la tensione: “Un paio di cene per riuscire anche a staccare un po’ la mente“.

E poi il cinema, prima di tornare al lavoro: “Il primo giorno, credo, quando siamo arrivati, siamo andati al cinema. Dopo quello, ho semplicemente continuato a lavorare, ma purtroppo non sul campo“.

Il finale della partita ha fotografato perfettamente la tensione di una finale Slam. Nell’ultimo game Rybakina ha alternato due doppi falli e due ace, prima di chiudere il match proprio con un ace. “Certo che c’era pressione. C’erano i nervi. Era difficile mantenere la concentrazione. Penso che sulla prima di servizio non stessi nemmeno spingendo così tanto, ma poi sulla seconda forse stavo semplicemente bloccando il braccio“.

La spiegazione è soprattutto emotiva: “Penso che sia arrivato tutto dalle emozioni. Sai che dall’altra parte c’è una grande giocatrice, che può andare a prendersi i suoi colpi, e che devi essere tu a vincere il punto. Sì, sentivo semplicemente tanta pressione e tanti nervi“.

Con l’Australian Open e gli US Open già conquistati nel 2026, a Rybakina manca ancora un tassello per completare il Career Grand Slam: Roland Garros. Ma la kazaka non vuole trasformare questo obiettivo in un’ossessione. La priorità, guardando al 2027, sarà soprattutto preservare il proprio fisico e costruire un calendario sostenibile. “La priorità principale, come dicevo prima, è che non sto diventando più giovane: devo cercare di mantenermi in salute e scegliere sicuramente bene il calendario e il processo di allenamento“.

Il desiderio di vincere i tornei più importanti, però, resta intatto: “Naturalmente l’obiettivo sono sempre i tornei più importanti, vuoi vincerli, quindi gli Slam. E sì, cercare di trovare l’equilibrio, provare a essere stabile“.

Infine, Rybakina chiude con una frase che fotografa bene il suo approccio dopo il trionfo di New York: “Vedremo cosa succederà, ma sicuramente c’è ancora tanto lavoro da fare. A dire il vero, il lavoro non è mai finito“.

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