Tennis

Sinner, una morbosità che ha superato (da tempo) i limiti. La notizia a tutti i costi e l’allarmismo sugli US Open

Giandomenico Tiseo

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Jannik Sinner / LaPresse

C’è un momento, nel racconto sportivo, in cui la doverosa attenzione per una notizia smette di essere informazione e comincia a diventare morbosità. Con Jannik Sinner, quel momento sembra essere arrivato da tempo.

Il problema al ginocchio destro esiste. Fingere il contrario sarebbe scorretto. Sinner ha rinunciato a Cincinnati dopo aver già saltato Montreal e ha spiegato di non essere ancora pronto per competere, indicando negli US Open il prossimo obiettivo. È un’informazione concreta, verificabile, sufficiente per raccontare la situazione.

Il resto, però, è diventato rapidamente un esercizio di amplificazione. “C’è l’allarme”. “Gli US Open sono a rischio”. “Sinner, che succede?”. “Il ginocchio preoccupa”. “Incubo US Open”. “Sinner in dubbio”. Il problema non è una singola parola, né il titolo di una specifica testata. È il meccanismo che si è creato attorno alla vicenda.

Perché ormai sembra quasi che Sinner debba fornire un bollettino medico quotidiano per legittimare il diritto di prepararsi al prossimo Slam. Un controllo, una seduta di fisioterapia, una visita, un allenamento, una partenza posticipata, una dichiarazione: ogni dettaglio diventa un possibile indizio. Ogni silenzio si trasforma in un sospetto. Ogni rinuncia assume i contorni dell’emergenza.

È una forma di racconto che non si limita più a descrivere ciò che accade: prova ad anticipare ciò che potrebbe accadere e costruisce la notizia attorno a quella possibilità.

Sinner, in questo meccanismo, è il protagonista perfetto. È il numero 1 del mondo, il campione italiano più importante del tennis contemporaneo, il volto attorno al quale ruota una parte enorme dell’interesse nazionale. E proprio per questo ogni suo gesto viene sottoposto a una lente d’ingrandimento esasperata.

Quando vince, bisogna spiegare quanto sia dominante. Quando perde, bisogna trovare una ragione. Quando si ferma, bisogna capire quanto sia grave. Quando non gioca, bisogna chiedersi perché.

È il prezzo della popolarità, certo. Ma non può diventare una giustificazione per tutto. Saltare Cincinnati non significa saltare gli US Open. Significa saltare Cincinnati. Sinner non ha annunciato il forfait da New York. Non ha detto che la stagione è finita. Ha comunicato di non sentirsi pronto per competere e di voler lavorare in vista dello Slam.

Naturalmente, nessuno può garantire oggi che sarà in campo a Flushing Meadows. Un problema al ginocchio non concede certezze e la sua condizione dovrà essere valutata giorno dopo giorno. Ma proprio per questo occorrerebbe recuperare una parola quasi rivoluzionaria nel giornalismo contemporaneo: misura. Misura significa distinguere il fatto dall’ipotesi, il dubbio dalla notizia, la prudenza dall’allarme.

Sinner ha un problema al ginocchio: fatto.

Sinner salta Cincinnati: fatto.

Sinner vuole preparare gli US Open: fatto.

Sinner non sarà agli US Open: oggi, non è un fatto.

Sinner rischia seriamente di saltarli: è un’ipotesi.

La differenza tra queste frasi dovrebbe essere la differenza tra giornalismo e sensazionalismo. Il problema è che la macchina della notizia ha bisogno dell’urgenza. Del titolo che cattura l’occhio. Del “cosa succede?” che genera curiosità prima ancora che il lettore abbia compreso i fatti.

Salta Cincinnati” è una notizia.

Incubo US Open” è uno scenario.

E sui social la trasformazione è ancora più rapida. Una rinuncia può diventare l’anticamera di una catastrofe sportiva nel giro di poche ore. Se poi anche Carlos Alcaraz è fermo, ecco materializzarsi lo scenario di un US Open senza i due grandi dominatori del tennis mondiale.

Ma questo non è più raccontare un torneo. È costruire un romanzo attorno a un torneo che deve ancora cominciare. Gli US Open inizieranno il 30 agosto. Nel tennis professionistico, venti giorni possono significare moltissimo. Possono bastare per recuperare, allenarsi, modificare il programma, ritrovare sicurezza. Oppure possono non bastare.

Lo scopriremo. Ed è esattamente questo il punto: lo scopriremo. Il compito del giornalista dovrebbe essere accompagnare il lettore verso quella risposta, non anticiparla per qualche clic in più. Sinner non deve rassicurare nessuno.

Non ha il compito di tranquillizzare l’opinione pubblica. Non deve giocare Cincinnati per dimostrare di stare bene. Non deve accelerare il recupero perché lo Slam si avvicina. Non deve mettere a rischio il proprio corpo per rispondere alle aspettative esterne. Deve arrivare pronto quando conta davvero.

Il numero 1 del mondo non deve dimostrare il proprio coraggio giocando con un ginocchio dolorante. Deve proteggere la propria carriera. E qui la morbosità rischia di produrre un paradosso: trasformando ogni giorno in un “allarme Sinner”, si finisce per rendere indistinguibile una vera emergenza da decine di falsi allarmi.

Sinner merita attenzione. Gli US Open meritano attenzione. Il pubblico merita informazioni. Ma nessuno di questi tre elementi ha bisogno della morbosità. Forse, proprio adesso, la cosa più giornalistica da fare è anche la più semplice: aspettare. Aspettare che il ginocchio parli attraverso i fatti. Che Sinner torni in campo. Che sia il tennis, come dovrebbe sempre accadere, a dare la risposta definitiva. Tutto il resto, per ora, è soltanto rumore.

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