Scherma

Scherma, l’Italia “c’è ma non si vede” anche nella sciabola femminile. È stata la miglior stagione da 8 anni!

Francesco Paone Casati

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Viale/Battiston - Bizzi/Federscherma

Come esposto nei giorni scorsi, nella scherma femminile l’Italia è potenza egemone in due armi su tre. Nel fioretto le azzurre spadroneggiano, soprattutto grazie a Martina Favaretto, la quale ha assunto il profilo della dominatrice. Nella spada, dove è più difficile instaurare supremazie, il movimento tricolore è il più competitivo per quantità e qualità delle atlete, come testimoniato dai risultati.

Alla luce di questa dinamica, è doveroso sviluppare un’arringa a difesa della sciabola. Purtroppo nel mondo di oggi, caratterizzato da un livello intellettivo sempre più basso che ha come conseguenza quello di generare schemi mentali dicotomici, il rischio è che visioni distorte dei fatti, magari causate dal contrasto, possano portare a una mistificazione della realtà.

Il concetto è semplice. Solo perché l’Italia comanda il fioretto e la spada, ma non la sciabola, questo non implica che la terza arma sia “la pecora nera” della disciplina. Andando oltre i successi e analizzando con razionalità la situazione, ci si renderà conto di come anche nella sabre ci siano ragioni per sorridere ed essere soddisfatti.

D’accordo, nel ciclo olimpico corrente la sciabola femminile è più indietro rispetto alle controparti. Nelle 18 competizioni di primo livello di carattere globale disputate dopo Parigi 2024 (Mondiali, Grand Prix e Coppa del Mondo), le azzurre hanno ottenuto 1 vittoria e 5 podi. Nel fioretto il conteggio dice 13 successi e 36 semifinali, mentre nella spada i numeri sono rispettivamente 6 e 16.

Le cifre aritmetiche però non hanno un lessico articolato. A ben guardare, il 2025-26 è stata la miglior stagione delle sciabolatrici dai tempi del biennio di grazia immediatamente successivo a Rio 2016. Un’italiana è tornata a vincere nel Grand Prix dopo 3 anni (Michela Battiston a Orleans) e già questa è una notizia, poiché nella sciabola i successi individuali conquistati nell’ultimo decennio si contano sulle dita di una mano.

Si è detto dello splendido biennio post-Rio 2016, caratterizzato dalle vittorie in Coppa del Mondo di Rossella Gregorio e Martina Criscio, dal bronzo iridato di Irene Vecchi e dall’inaspettato trionfo che questo terzetto – coadiuvato da Loreta Gullotta – conseguì nella prova a squadre dei Mondiali di Lipsia 2017. È a quel periodo che bisogna tornare per trovare qualcosa di meglio del 2025-26.

È un risultato notevole, considerando come la sciabola femminile azzurra sia ripartita da capo dopo Parigi 2024. C’è un nuovo commissario tecnico (Andrea Aquili) ed è emblematico come, in Francia, Michela Battiston fosse la più giovane della spedizione, mentre oggi sia di gran lunga la decana del team. Non solo, Mariella Viale è unanimemente riconosciuta come una delle sciabolatrici più promettenti a livello globale.

In conclusione, anche la sciabola italiana sta lavorando bene. Sarebbe ingiusto e miope gettarle la croce addosso “solo perché non è la migliore del mondo” come accade per il fioretto e la spada! Peraltro, ai Mondiali di Hong Kong le azzurre hanno sfiorato un’impresa clamorosa, cedendo alla Francia (potenza egemone) solo all’ultima stoccata della prova a squadre. Il potenziale c’è e la curva di rendimento è in crescita. Ora serve solo la pazienza di lasciar sviluppare lo sviluppabile a chi di dovere.

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