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McDonald rivela: “Agli US Open giocano anche gli infortunati per guadagnare”

Giandomenico Tiseo

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Mackenzie McDonald / LaPresse

Nel tennis professionistico, a volte, il problema non è soltanto quanto si guadagna vincendo, ma quanto costa permettersi di non giocare. È il paradosso evidenziato da Mackenzie McDonald alla vigilia degli US Open, dove il primo turno vale 140mila dollari: una cifra che può spingere anche giocatori infortunati a scendere in campo pur di garantirsi un’entrata fondamentale.

Conosco in questo momento almeno una buona manciata di giocatori che sono seriamente infortunati“, racconta McDonald al Guardian. “Ma so che si presenteranno agli US Open e scenderanno in campo per assicurarsi di poter guadagnare qualcosa, perché hanno delle spese da pagare. Vogliono prendere un appartamento e pagare il proprio team: allenatore, fisioterapista, preparatore atletico… Gli Slam sono il motore che permette loro di vivere di tennis e devono sfruttare al massimo queste opportunità. Per alcuni segna la differenza tra riuscire a mettere il cibo in tavola e potersi mantenere. È questo ciò che è in gioco“.

Il 31enne statunitense, che in carriera ha superato i 7 milioni di dollari di guadagni, conosce bene anche l’altra faccia del circuito. Un infortunio al ginocchio nel 2019 lo costrinse a fermarsi proprio quando era entrato tra i primi 60 del mondo. “La parte più dura è che quando ti infortuni non guadagni soldi e allo stesso tempo perdi posizioni nel ranking, cosa che limita anche la tua possibilità di competere in futuro“.

E ancora: “Non puoi semplicemente tornare sulla ruota e ripartire. Sono passato dall’essere giovane e affamato di successi al ritrovarmi seduto nel mio appartamento, incapace di camminare e intento a cercare di rimettere insieme i pezzi per tornare a guadagnare. Sono stato fortunato perché era il 2019 e i medici avevano le conoscenze necessarie per curare quel tipo di infortunio“.

Il problema riguarda soprattutto chi vive lontano dai compensi delle superstar. “Le cose sono cambiate, ma ai livelli più bassi i soldi sono sempre stati piuttosto insignificanti“, spiega McDonald. “Direi che se oggi sei numero 250 del mondo guadagni circa 200.000 dollari. So per certo che lo scorso anno soltanto 88 giocatori hanno guadagnato un milione di dollari. Ma questa è una cifra al lordo delle tasse e prima di tutte le spese, che sono molto significative“.

Tra viaggi e staff, il conto può diventare pesante: “Molti giocatori passano direttamente dal college, dove è tutto pagato, al tennis professionistico, dove devono prenotare da soli i voli e spesso, alla fine della settimana, pagare costosi biglietti aerei per raggiungere il torneo successivo. Sono diventato un maestro dei trucchi per risparmiare sui viaggi, ma bisogna anche pagare il proprio team, che può comprendere un preparatore atletico, un fisioterapista, uno psicologo o il proprio allenatore principale. E anche le loro spese di viaggio“.

Da qui la battaglia per una maggiore redistribuzione dei ricavi degli Slam, con i top player che chiedono di portare la quota destinata ai prize money dall’attuale 15% circa fino al 22%. “Come giocatori, siamo un asset sottovalutato rispetto alla quantità di tempo televisivo che garantiamo alle emittenti e ai ricavi che generiamo per gli operatori delle scommesse“.

La precarietà, secondo McDonald, riguarda anche la quotidianità. “Essere in grado di adattarsi a come stai, fisicamente e mentalmente, è una capacità a sé stante. Puoi vivere una stagione fantastica e guadagnare, diciamo, una cifra a sette zeri, ma poi ti infortuni e improvvisamente non incassi più nulla». E racconta: «Se vedeste le cose assurde con cui abbiamo a che fare ogni giorno, sarebbe quasi comico. Quest’anno ho perso la mia borsa più volte e mi sono ritrovato a volare da una parte all’altra del mondo senza avere con me praticamente nulla“.

La metafora finale riassume la sua visione del tennis professionistico: “Se scendi dalla ruota del criceto, non guadagni più soldi. Quando ci sei sopra, devi continuare a correre. È davvero brutale. Spero che in futuro i motori economici del tennis contribuiscano maggiormente al welfare dei giocatori. Ci stiamo muovendo in quella direzione, ma quanto velocemente accadrà è un’altra questione“.

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