Atletica
Birmingham e il fritto misto della marcia: così l’atletica distrugge sé stessa
Dopo avere cancellato distanze storiche e identità della marcia, l’atletica europea ha raggiunto a Birmingham il punto più basso: quattro gare simultanee, doppiaggi, rifornimenti congestionati e spettacolo incomprensibile. Anche in pista regolamenti diversi e privilegi da ranking completano il quadro.
Ci sono discipline che hanno bisogno di essere rilanciate e discipline che vengono progressivamente demolite proprio da coloro che sostengono di volerle rilanciare. La marcia appartiene alla seconda categoria. Dopo anni di decisioni discutibili, cambi di distanze, cancellazioni di tradizioni, tentativi di inseguire una presunta modernità e continui esperimenti regolamentari, ai Campionati europei di Birmingham si è arrivati all’esito quasi inevitabile: un enorme “fritto misto” nel quale quattro gare vengono disputate contemporaneamente, uomini e donne si sovrappongono, “maratoneti” e specialisti della distanza più breve si incrociano, i doppiaggi si moltiplicano e persino seguire la lotta per le medaglie diventa un esercizio per iniziati.
Era difficile immaginare un modo più efficace per svilire ulteriormente una specialità già duramente colpita dalle scelte degli ultimi anni. La marcia aveva una propria identità; non aveva bisogno di prenderla in prestito da nessuno. La 20 km e soprattutto la leggendaria 50 km non erano semplicemente numeri: rappresentavano decenni di storia, campioni, riferimenti cronometrici, scuole nazionali, confronti tra generazioni. La 50 km, in particolare, era la prova più dura non solo dell’atletica, ma probabilmente di tutto il programma olimpico, una gara estrema che richiedeva preparazione specifica, resistenza fisica e mentale, capacità tattica e una gestione dello sforzo completamente diversa rispetto alle distanze più brevi.
Tuttavia, senza una spiegazione razionale, World Athletics ha deciso di cancellarla. Prima è arrivata la 35 km, presentata come soluzione moderna e più adatta alle nuove esigenze (di chi?). Una distanza senza vera tradizione, introdotta al posto di una che ne aveva una enorme. La 35 km, a sua volta, ha avuto appena il tempo di esistere prima che gli stessi dirigenti che l’avevano imposta decidessero di cancellare anche quella. Dal 2026, la marcia internazionale ha adottato i 21,0975 km e i 42,195 km: mezza maratona e maratona di marcia.
Già la nomenclatura dice molto della confusione culturale che regna ai vertici dell’atletica. La maratona, infatti, non è una generica unità di misura equivalente a 42 chilometri e 195 metri. È una gara con una propria tradizione, una propria mitologia, una storia che affonda le proprie radici prima nell’antica Grecia e poi nelle origini dei Giochi olimpici moderni e che ha trasformato quella distanza apparentemente irrazionale, introdotta a Londra 1908, in uno dei simboli universali dello sport. Lo stesso vale per la mezza maratona, divenuta nel tempo una specialità autonoma della corsa su strada. La marcia, invece, aveva altre distanze e un’altra storia.
Chiamare “maratona di marcia” una gara di 42,195 km significa confondere due identità differenti nel tentativo puerile di rendere la marcia più riconoscibile attraverso il prestigio di un’altra disciplina. Con lo scopo dichiarato di promuovere una specialità, dunque, si decide di cancellarne progressivamente i riferimenti storici, adottando nomi e distanze appartenenti ad un’altra. Il risultato non è maggiore comprensibilità, bensì maggiore confusione. Per decenni è bastato dire “maratona” e tutti sapevano di quale gara si stesse parlando. Bastava dire “20 km” o “50 km” e il riferimento era altrettanto immediato. Oggi, bisogna distinguere tra maratona di corsa e maratona di marcia, tra mezza maratona e mezza maratona di marcia. Una riforma che pretendeva di rendere la disciplina più accessibile al pubblico è riuscita nella straordinaria impresa di rendere necessario un chiarimento linguistico che prima non serviva.
Birmingham ha portato questa logica di svilimento della marcia al suo compimento. Le quattro prove di marcia, maschili e femminili, sulle due distanze, sono state concentrate nello stesso momento e sullo stesso angusto circuito della lunghezza di appena 1 km. Il risultato televisivo è stato devastante: atleti che disputano gare diverse si mescolano continuamente; uomini e donne della distanza lunga e di quella breve percorrono gli stessi tratti, ma appartengono a quattro classifiche differenti; i doppiaggi diventano incessanti; un sorpasso può essere un attacco decisivo per una medaglia oppure semplicemente il superamento di un atleta che sta disputando un’altra gara e si trova in un’altra fase della propria prova.
Lo spettatore, dunque, non può affidarsi a ciò che vede: deve continuamente consultare grafica, cronometro, numero di giri, colore del pettorale e distanza. Possibilmente, tenere d’occhio il live timing online per capirci qualcosa in più. In altre parole, deve prima decifrare la competizione e soltanto dopo può provare a seguirla. Si era detto che questo formato avrebbe aumentato la visibilità della marcia: in realtà quattro gare contemporanee non producono quattro volte più attenzione, bensì una frammentazione dell’attenzione nella quale nessuna delle quattro competizioni riceve lo spazio che meriterebbe.
Anche dal punto di vista tecnico emergono conseguenze che non dovrebbero esistere in una rassegna di tale prestigio. Gli stessi atleti, sin dal momento in cui è stato annunciato l’assurdo programma, hanno segnalato il rischio di congestioni nei punti di rifornimento: quando concorrenti appartenenti a quattro gare differenti arrivano nello stesso tratto, devono spostarsi lateralmente, individuare il proprio rifornimento, rallentare e rientrare nel flusso. Le traiettorie si incrociano, i gruppi si sovrappongono, uomini e donne di gare diverse possono trovarsi nello stesso spazio proprio nel momento in cui l’azione diventa meno lineare. Un atleta può quindi essere disturbato non da un avversario diretto, ma da qualcuno che sta disputando un’altra competizione. È difficile immaginare una dimostrazione più evidente di quanto sia stata sacrificata la logica sportiva in nome della compressione del programma.
A tutto questo si aggiunge l’impossibilità della doppietta. In passato uno specialista capace di eccellere nelle due distanze poteva tentare di conquistare due medaglie, o addirittura due ori, impresa realizzata, con le distanze tradizionali, solamente dal leggendario polacco Robert Korzeniowski alle Olimpiadi di Sydney 2000. Oggi, disputandosi le gare contemporaneamente, quella possibilità viene eliminata non da un limite tecnico, ma semplicemente da una scelta di calendario, a causa della quale un’impresa sportiva potenzialmente memorabile viene resa materialmente impossibile. Anche in questo caso, mentre si proclama di voler creare nuovi motivi di interesse, si eliminano possibili storie da raccontare.
La marcia è così diventata il laboratorio nel quale l’atletica internazionale ha sperimentato una delle sue tendenze peggiori: modificare continuamente ciò che già funzionava nella convinzione che qualunque cambiamento equivalga a modernizzazione. La 50 km era troppo lunga? Via la 50 km. La 35 km appena creata non convince? Via anche la 35 km. La 20 km ha una storia consolidata? Trasformiamola in mezza maratona. Le gare hanno bisogno di maggiore visibilità? Facciamole tutte insieme. Ogni presunto problema viene affrontato creando un problema peggiore.
Birmingham, tuttavia, dimostra che la questione non riguarda soltanto la marcia. Anche nelle gare in pista il pubblico è costretto a confrontarsi con una proliferazione di sistemi di qualificazione differenti che sembrano concepiti senza una filosofia comune: nei 1500 metri e nei 3000 siepi si passa per piazzamento, senza ripescaggi cronometrici; negli 800 metri, invece, si combinano piazzamenti e migliori tempi; nelle gare sprint fino ai 400 metri compare invece il discusso bye per i primi dodici della graduatoria di qualificazione. Per quanto riguarda queste ultime gare, oltretutto, i dodici privilegiati che accedono direttamente alle semifinali non sono necessariamente i dodici atleti che hanno fatto registrare i migliori tempi stagionali. Un atleta può quindi trovarsi fuori dai primi dodici pur essendo in condizioni migliori, o pur avendo ottenuto recentemente prestazioni cronometriche superiori a quelle di qualcuno che beneficia del bye.
La distorsione diventa particolarmente grave nei 400 metri, il cosiddetto “giro della morte”. Se, infatti, risparmiare un turno nei 100 metri significa evitare una gara di pochi secondi, disputare un 400 metri in meno significa evitare uno sforzo ad altissima intensità che può lasciare conseguenze importanti nelle ore successive e nel giorno seguente. Tra il dodicesimo e il tredicesimo atleta della graduatoria può esserci una differenza minima, ma uno arriva alla semifinale senza aver corso il turno precedente, mentre l’altro deve affrontarla con un 400 metri in più nelle gambe. L’atletica era uno degli sport più semplici da capire. Chi corre più velocemente vince. Chi salta più in alto o più lontano vince. Chi lancia più lontano vince. Nelle batterie, i primi passano e qualche volta vengono ripescati i migliori tempi. Era proprio questa immediatezza uno dei suoi maggiori punti di forza. Oggi sembra esserci una volontà quasi sistematica di complicarla.
Birmingham rappresenta l’apice di questa deriva perché concentra nello stesso campionato tutti i difetti accumulati negli ultimi anni: cancellazione delle tradizioni, nomenclature artificiali, gare sovrapposte, privilegi da ranking, sistemi di qualificazione differenti, difficoltà crescenti per il pubblico nel capire ciò che sta accadendo. Ma, lo ribadiamo, nessuna disciplina è stata maltrattata quanto la marcia.
Il “fritto misto” di Birmingham non è quindi un incidente organizzativo isolato. È il risultato finale di una concezione secondo cui la storia dello sport è un ostacolo, le specialità devono continuamente essere reinventate e il pubblico può essere conquistato moltiplicando artifici invece di offrire competizioni chiare, riconoscibili e rispettose della propria tradizione. Chi governa oggi l’atletica continua a parlare di innovazione, visibilità e modernizzazione, ma i risultati mostrano altro: queste nuove formule non solo non attraggono nuovo pubblico, ma finiscono per stomacare anche chi ha sempre seguito tutte le gare di Europei, Mondiali e Olimpiadi, anche quelle disputate a notte fonda