Lotta
Vincenzo Maenza: “L’oro di Seul 1988 una gioia piena. Mi allenavo 8 ore al giorno. Oggi si prendono stranieri già formati”
Il leggendario Vincenzo Maenza è stato l’ospite dell’ultima puntata di OA Focus in onda sul canale Youtube di OA Sport. Il due volte oro olimpico nella lotta greco romana ha raccontato la sua impareggiabile carriera sotto molti punti di vista, passando poi alla sua carriera di allenatore dei giovani.
Il primo spunto è il famoso soprannome Pollicino: “Non so da dove sia nato, questo soprannome me l’ha dato un giornalista locale, ma non so chi fosse. Non mi dà fastidio come soprannome, anzi è carino”.
Il romagnolo passa poi a ricordare i suoi inizi: “Io ho iniziato a 11 anni e dopo 2 ho fatto la prima gara a Ravenna e l’ho vinta. I supervisori hanno capito che avevo del talento nonostante i miei 28 chili, ma mi muovevo bene. Hanno avuto gli occhi buoni e da lì è partita la mia carriera. Dalla nazionale giovanile ho proseguito. Ho allenato la nazionale giovanile per 23 anni e ho anche ottenuto buoni risultati. Mi sono fermato a quel livello perchè non ho le caratteristiche per andare oltre. Altri sport? No, non avrei avuto il fisico per fare altro. Questo sport mi ha dato tanto e mi ha costruito anche come uomo. Cosa direi al me bambino che iniziava? Penso sia molto difficile e forse sarebbe meglio imparare le cose passo dopo passo”.
Tra gli atleti che ha allenato c’è ovviamente il grande Andrea Minguzzi: “L’ho preso quando aveva 8 anni e ho visto che aveva qualcosa di speciale, si muoveva benissimo. Anche suo padre aveva fatto la lotta e gli dissi subito che il figlio poteva fare grandi risultati e non mi sono sbagliato dato che a Pechino 2008 ha vinto la medaglia d’oro olimpica”.
Vincenzo Maenza passa poi a raccontare i suoi grandi momenti della carriera: “Ho fatto la prima Olimpiade a Mosca 1980 a 18 anni e in teoria non dovevo andare. Ero qualificato visto il quinto posto agli Europei, ma ci fu il boicottaggio dei corpi statali, quindi due ragazzi non andarono ed entrai io. All’esordio olimpico centrai un settimo posto che mi ha dato modo di crescere e diventare quello che sono stato. A Los Angeles 1984 vinsi, ma senza troppa felicità dato che mancavano tutte le nazioni dell’Est europeo. A Seul 1988 le nazioni c’erano tutte e ho avuto una grossa soddisfazione con il secondo oro. Sicuramente la mia più grande gioia assieme alla medaglia d’argento di Barcellona 1992, persa contro un rivale che vinse con pieno merito”.
Un atleta che ha avuto una caratteristica ben precisa: “Non ho mai avuto tensioni particolari. Ho vissuto tutto nel migliore dei modi. Un’ora prima della finale olimpica dopotutto ero fuori a parlare con l’allenatore e un giornalista rimase sorpreso che non fossi già concentrato vicino al materassino. Non avrei mai potuto fare sport di squadra, io amo quelli individuali. Li consiglierei anche ai ragazzi di oggi che, a mio parere, hanno poco carattere”.
Uno sport che chiede molto: “Ogni giorno avevano un allenamento di 7-8 ore e quella era la nostra routine. Nel giorno libero mi riposavo e basta. Se non mi allenavo ero in sauna per perdere peso. Peccato per il Mondiale di Roma perso per 150 grammi di peso”.
Se allenasse ora i giovani cosa cambierebbe? “Non lo farei calare così tanto. A 15-16 anni non si possono perdere 6-7 chili come si faceva ai miei tempi. Sono cambiate le cose ed i metodi”.
A livello italiano il movimento deve far fronte a diverse difficoltà: “Più che la cultura manca la struttura. Purtroppo non possiamo dare tutta la colpa alle società sportive di lotta. Se le società non hanno contributi fanno quel poco che possono fare ed è il massimo. Se ai ragazzi non fai fare esperienze in Italia ed all’estero non possono fare il salto di qualità. Ora vogliono i risultati immediati e non va bene per tutti gli sport, non solo per la lotta. Vanno a prendere atleti già formati dall’estero e danno loro la cittadinanza. Prima dovremmo lavorare con i nostri prodotti”.
CLICCA QUI PER VEDERE LA PUNTATA COMPLETA DI OA FOCUS