Atletica
Simone Bertelli: “Mi alleno come un animale. Voglio raggiungere Giuseppe Gibilisco”
Il meglio deve ancora venire. Parola di Simone Bertelli, uno dei rappresentanti più talentuosi del salto con l’asta intervenuto in occasione dell’ultima puntata di Focus, rubrica di approfondimento a cura di Alice Liverani, in onda sul canale YouTube di OA Sport. L’azzurro si è raccontato a tutto campo, parlando anche dei problemi fisici patiti di recente.
Non a caso l’astista ha parlato in primo luogo del suo problema fisico: “Ormai è archiviato. Alle Indoor ho preso una distorsione, lì ho avuto anche un problema al tallone, uno sperone che strisciava con la scarpa. Non riuscivo quindi a camminare con le scarpe chiodate. Ho dovuto aprirle per poter gareggiare: con la scarpa bucata il dolore è andato via. Ero molto in forma, saltavo bene, cambiavo aste. Poi però il 10 giugno a Nizza ho avuto una lesione al bicipite femorale al primo salto di gara. Non farò gli Assoluti, devo recuperare ma spero di poter rientrare per gli Europei. Si tratta di una speranza fattibile. Pensavamo che la stagione fosse finita, dopo una settimana di stop completo con bendaggi sono stato alla caserma delle Fiamme Gialle per la terapia. Lì i tempi si sono accelerati molto, in particolare con la PRP. La mia lesione è molto distante dalla parte centrale del muscolo, arriva quindi poco sangue e guarisce lentamente. Hanno quindi prelevato il mio sangue, l’hanno diciamo centrifugato, hanno messo solo i globuli bianchi nel buchetto che avevo per far sì che guarisse tutto più in fretta. C’è stata la speranza anche di poter gareggiare agli Assoluti, poi però ho sentito un leggero fastidio. Non vogliamo forzare la situazione, il peggio arriva con la recidiva, che impiega più tempo per poter guarire. Arriverò senza gare e con pochi allenamenti, ma meglio quello che gli Italiani, questo è poco ma sicuro”.
L’atleta ha poi proseguito: “Di questo infortunio non l’ha saputo nessuno, non si è sparsa la voce. Non è una scusa ma uno sprono a fare meglio. Gibilisco? Lo conosco bene, ma non l’ho mai conosciuto. L’obiettivo è arrivare dove è arrivato lui. Cosa gli direi? Come saltare più in alto. Io ho un salto molto migliorabile, quindi gli chiederei cosa cambierebbe, come si è vissuto le medaglie che ha vinto. Gli farei diverse domande. Prima dell’asta ero già nell’atletica, facendo lungo e velocità, ma non ero specializzato in niente. Mi ha costretto il mio allenatore Riccardo Frati per coprire le gare di CDS. All’inizio nemmeno mi piaceva, poi però quando ho cominciato a ingranare non ho più smesso. Io credo di essere molto cocciuto, mi piace faticare, lavorare, mi piace il fatto che pur non avendo troppo talento mi alleno come un animale. Sono contento di questa mia qualità, e anche di quella di non mollare mai. Sono orgoglioso di me? Vorrei aspettare per dirlo perché voglio saltare di più. In questo momento la medaglia è quasi impossibile, il salto a livello mondiale è al massimo storico, il livello è altissimo. Sarei contento dal 5.80 in su, sarei molto soddisfatto. Spero di poterlo fare il prima possibile”.
Dedizione, passione, forza di volontà. Ma qual è l’elemento principale per saltare? “Il coraggio: senza di quello non si salta. Quando entri in un loop in cui non riesci a saltare è una brutta sensazione, a me è capitato ogni tanto. Fuori dalla pedana fai qualsiasi cosa, ma quando hai il materasso davanti si blocca tutto, serve quindi anche fiducia. Ci si lavora sbattendoci la testa, io ho un mental coach con cui lavoro molto su questo. Ho una buona consapevolezza dei miei salti, li conosco molto bene, è difficile che sbagli. Ora ho paura di non riuscire a mettere velocità, è un timore, ma so che appena ho un’asta in mano salto tranquillamente: sono riuscito a fare questo switch mentale. Importante anche la velocità. Tu puoi saltare male, puoi fare tutto male, ma se entri veloce vai tanto su. Duplantis corre velocissimo e salta altissimo. Tutti stanno prendendo spunto da questa ideologia di salto. A me non fa impazzire: lui fa da sempre così. È il suo modo di vivere, è la sua vita, è cresciuto per fare questo. Manolo, il greco, c’è arrivato con il tempo: di lui apprezzo la tenacia, il salto non mi piace troppo ma salta, quindi va bene. Se fai 6.20 chi è che può dirti che salti male? Il mio idolo tecnico è Kurtis Marschall, l’australiano: sembra che corra piano, usa aste enormi, quando salta è lineare. Per quanto mi riguarda, è difficile che migliori l’entrata, per il resto invece posso migliorare qualsiasi cosa”.
Tra i punti più alti della carriera dell’azzurrino c’è chiaramente il trionfo ai Campionati Europei Under 23: “Impossibile immaginare quante volte ho sbattuto la testa su quel 5.70: in allenamento l’asticella cascava sempre. Alla fine è uscito ed è stato un mix di emozioni fantastiche. C’era anche il mio migliore amico Federico Bonanni, è stato bello averlo a fianco. Abbiamo festeggiato in centro a Bergen con altri atleti, poi siamo ritornati perché la mattina c’era il volo presto e la settimana dopo avrei avuto gli Assoluti. Non ho avuto troppo tempo di godermelo, ho staccato dopo i Mondiali”. Non è mancato poi un riferimento ai recenti Mondiali di Tokyo: “È stato assurdo. Mi ricordo quel giorno la World Athletics ha fatto il post rimarcando la presenza di 65.000 spettatori, in delirio quando i giapponesi gareggiavano. L’atletica va fatta per stare in queste sensazioni. Nulla da togliere all’Europeo giovanile, ma gli stadi così rappresentano l’atletica vera. Lì sei buttato in mezzo a tutti, è bellissimo. Questi ambienti mi caricano, mi piacciono. A Tokyo sono stato sfortunato perché nei tentativi a 5.70 avevo il vento contro, e io il vento lo patisco. Ma è stata la gara più bella che io abbia mai fatto insieme agli Europei di Bergen. A livello di circostanza, i Mondiali senza dubbio”.
Inoltre Bertelli ha svelato il suo sogno principale, che poi è il sogno di ogni atleta: “Quando ho capito di essere forte? Non che l’abbia capito ora, ma non sono mai contento dei miei risultati. Di questo discuto sempre con il mio allenatore, trovo sempre il pelo nell’uovo. Alla prima gara ho fatto 2 metri e 80. Ero molto contento del risultato, ho pensato che fosse importante continuare, ora sono qui. Futuro? Non sono troppo scaramantico, non so rispondere a quali obiettivi mi prefiggo. Non voglio fare sembrare che me la stia tirando, credo però nelle mie potenzialità e nel mio allenamento. Los Angeles? La partecipazione è un obiettivo concretissimo, io devo andarci. Ora mi sto allenando per andare a Los Angeles, è tutto in funzione delle Olimpiadi come ogni atleta. È l’apice della carriera di tutti. Sarei soddisfatto se ci andassi, quello sì, sarei contento se arrivasse il personale alle Olimpiadi. Qualsiasi misura abbia nel 2028, spero di poter fare un centimetro di più lì”.
Nel futuro potrebbe anche esserci un trasferimento all’estero per ovviare la problematica dell’impiantistica:”Mi piacerebbe. Ma questo più per le strutture che non abbiamo qui in Italia. Noi in inverno facciamo sempre Torino-Aosta, è un inferno. Si parte alle 15 e si torna alle 22 due volte a settimana, è molto pesante. Torino è una città fredda, ci si allena con cinque gradi. Non riesci ad allenarti come vorresti, non sei prestante. Mi trovo benissimo con il mio gruppo, ma per le condizioni con cui ci alleniamo a volte ci ho pensato. Qui a Torino però si sta creando un buon movimento: adesso sta aprendo la Sisport, che ha aperto il campo Indoor, ci alleneremo quindi lì e limiteremo i viaggi ad Aosta. Mi fa paura sapere che sono grande, mi fa paura vedere gli Europei U18 sapendo che ormai sono un assoluto. Questo mi sprona a fare meglio: un 5.70 assoluto ti fa faticare ad entrare in finale agli Europei. La finale di Birmingham è uno degli obiettivi, mi darebbe indietro quello che non ho fatto negli ultimi due mesi. Non è infatti impossibile”.