Ciclismo
Mohoric accusa: “I test antidoping al Tour de France non sono uguali per tutti”
Le polemiche sui controlli antidoping al Tour de France 2026 non si placano. Dopo le proteste di Tadej Pogačar, Jonas Vingegaard e di numerose squadre, anche Matej Mohorič è intervenuto con parole durissime, criticando sia le modalità con cui vengono effettuati i test sia quella che, a suo avviso, è una disparità di trattamento tra i corridori.
La vicenda è esplosa dopo una serie di controlli a sorpresa eseguiti dall’International Testing Agency (ITA) in piena notte. Pogačar è stato svegliato alle 5 del mattino, Vingegaard addirittura alle 2, mentre nelle ore successive i controlli hanno coinvolto altre squadre, fino ad arrivare a un test collettivo nel giorno di riposo. Una campagna senza precedenti che ha acceso il dibattito all’interno del gruppo.
Secondo la normativa della World Anti-Doping Agency (WADA), la fascia oraria normalmente protetta tra le 23 e le 6 può essere violata soltanto in presenza di “seri e specifici motivi di sospetto”. L’ITA ha però spiegato che l’obiettivo di questi controlli non è necessariamente individuare una singola sostanza proibita, ma rendere il monitoraggio del passaporto biologico il più efficace possibile attraverso verifiche imprevedibili, anche perché alcune pratiche dopanti sarebbero rilevabili soltanto per poche ore. Nell’ambiente, inoltre, sono circolate indiscrezioni secondo cui i controlli sarebbero finalizzati anche a individuare nuove modalità di somministrazione dell’ormone della crescita.
Le spiegazioni dell’agenzia, tuttavia, non hanno convinto molti corridori, che denunciano un impatto significativo sul recupero dopo tappe estremamente impegnative. Le tensioni sono aumentate ulteriormente dopo la caduta che ha costretto Vingegaard al ritiro per la frattura della clavicola: diversi protagonisti del gruppo, tra cui lo stesso Pogačar, hanno ipotizzato che la privazione del sonno possa aver inciso sulla lucidità del danese, anche se non esistono elementi che consentano di stabilire un collegamento diretto.
Sul tema è intervenuto con toni particolarmente severi Mohorič. Il corridore della Bahrain Victorious, intervistato da Sportal, ha raccontato di aver vissuto la stessa esperienza: “Anche da noi sono venuti una volta alle cinque del mattino, che per noi è proprio nel bel mezzo del sonno, visto che andiamo a dormire verso mezzanotte e poi facciamo colazione alle dieci. Il fatto è che l’agenzia che fa i test Ita (l’Agenzia Internazionale per i Test, ndr) riceve parecchi fondi per la sua attività e deve in qualche modo giustificarli“.
Mohorič si è poi spinto oltre, attribuendo precise responsabilità all’agenzia antidoping: “Penso proprio che sia una questione di soldi. Devono far vedere che lavorano e che fanno effettivamente dei controlli. Noi corridori di oggi purtroppo paghiamo per quello che è successo in passato, ma, a parte quello, sarebbe giusto che ci fossero dei limiti di umanità da non superare. O, almeno, che le cose siano uguali per tutti, perché sappiamo tutti che dal corridore francese che è in alto in classifica generale non sono andati alle cinque del mattino“.
Il riferimento del campione sloveno sembra indirizzato a Paul Seixas, giovane talento francese della Decathlon AG2R La Mondiale (all’epoca indicata anche come Decathlon CMA CGM), anche se Mohorič non lo cita mai esplicitamente. Secondo quanto trapelato, infatti, i controlli nei confronti della formazione francese sarebbero stati effettuati intorno alle 22, quindi prima dell’inizio della fascia notturna, circostanza che ha alimentato il sospetto di un trattamento differente rispetto ad altre squadre. Va però ricordato che nella stessa formazione milita anche Lenny Martinez, altro francese ai vertici della classifica generale.
La presa di posizione di Mohorič si inserisce in una protesta sempre più ampia. Le squadre hanno contestato soprattutto gli orari dei controlli, sostenendo che interrompere il sonno degli atleti comprometta recupero, salute e prestazioni in una corsa già estremamente logorante. I team hanno inoltre minacciato di rivedere il proprio contributo economico al sistema antidoping, ricordando che il ciclismo finanzia ogni anno una parte consistente del programma dei controlli.
Dal canto loro, UCI e ITA hanno difeso la linea adottata, ribadendo che l’efficacia della lotta al doping dipende proprio dall’imprevedibilità dei test e che i corridori, in virtù dei regolamenti sottoscritti, sono tenuti a garantire la propria reperibilità anche in situazioni eccezionali. Resta però aperto il confronto sull’equilibrio tra l’esigenza di contrastare il doping con strumenti sempre più sofisticati e il diritto degli atleti a un recupero adeguato durante la corsa più importante della stagione.