Boxe
Maurizio Stecca: “Un aspetto mi accomuna con il mio amico Tomba. Continuerò a lottare con la mia malattia”
Una vita dentro il ring e l’immensa gioia del titolo olimpico a Los Angeles 1984. Maurizio Stecca ha scritto pagine importantissime della storia della boxe italiana e si è raccontato nell’ultima puntata di OA Focus, il programma condotto da Alice Liverani sulla pagina YouTube di OA Sport. Un meraviglioso cammino dentro e fuori dal ring, con Stecca che ha ripercorso gli anni da sportivo e si è poi soffermato anche sulla battaglia che sta affrontando oggi contro una grave malattia.
Il peso ed il simbolo della medaglia d’oro olimpica: “L’oro olimpico è una cosa a parte. Ho vinto l’Olimpiade a 21 anni, avevo solo il sogno di partecipare e alla fine sono pure riuscito a vincere una medaglia. Non pensavo mai che vincere un titolo olimpico ti porta tuttora ad essere riconosciuto, onorato. La gente mi ferma e si ricorda ancora quell’Olimpiade”.
Il rapporto speciale con Alberto Tomba: “Ci siamo incontrati molte volte agli eventi. Alberto è sempre stato un campione, anche un po’ peperino, ma ha sempre fatto parte della sua natura. Anche io da giovane lo ero, visto che ero sempre in movimento e mai fermo. Diciamo che questa cosa ci accomuna”.
Il ricordo della finale olimpica: “Io ridevo ed ero sereno, tanto avevo già finito per me, visto che avevo già fatto quattro combattimenti e dovevo fare il quinto che era la finale. C’erano i grandi attori di Hollywood a vedere il pugilato, ho conosciuto anche Muhammad Alì, che mi ha pure stretto la mano. Anche Jack Nicholson mi ha stretto la mano. Sono ricordi indelebili. I miei due allenatori avevano una faccia sotto il tunnel che sembrava dovessero andare ad un funerale, invece io ero serenissimo visto che per me tanto era l’ultimo match e pensavo solo che sarebbe andata bene in ogni modo. C’è una registrazione a fine match che il mio allenatore continuava ad urlarmi che avevo vinto, ma io non capivo nulla che ero esausto. Ricordo poi che mi disse se volevo scommettere che avevo vinto e gli dissi che gli avrei dato i guantoni. Ecco ora i guantoni li ha lui”.
La crescita del pugilato in Italia: “Nel 2026 ci sono 1200 palestre di pugilato. Sono piene di donne, visto che nel 2001 è cominciato anche il pugilato femminile. Adesso con tutta questa nuova organizzazione le palestre sono piene, anche di bambini. Io vado spesso a fare degli stage, vado nelle scuole a parlare. Il pugilato ti arriva al cuore quando lo pratichi”.
Ancora un ricordo della finale olimpica, con la festa in Italia: “Era mezzogiorno a Los Angeles ed erano le nove di sera in Italia. Era il 12 agosto e tutta l’Italia era in ferie. Poi era l’ultimo combattimento delle Olimpiadi e quindi praticamente si è fermata tutta Italia a vedermi. Anche per questo tutti se la ricordano. La Riviera Romagnola si è fermata per vedere la finale. Al rientro a Rimini ho avuto una festa indimenticabile”.
Un pensiero su come Stecca vorrebbe essere ricordato dalla gente: “Vorrei essere ricordato come il campione dello sport. Io non ho fatto lavori e anche mio papà mi diceva o lavori o fai lo sport. Fu così che dalla Nazionale non mi sono mai spostato”.
Stecca sta combattendo ora con una grave malattia del sangue: “Ho la EPN, Emoglobinuria Parossistica Notturna, ci sono 150 malati in Italia. Adesso è un po’ più progredita e ce ne sono 1200 in America ed è un numero che è una briciola. La mia malattia è stata riconosciuta nel 1932 da tre medici italiani. Il mio midollo non mi produceva più globuli rossi e rischiavo anche di entrare in leucemia. Mio fratello per fortuna era compatibile nel caso di leucemia acuta, ma non mi è mai successo per fortuna. La malattia, però, mi ha portato a cadere per tre volte in coma e l’ultima volta è stato con il Covid, dove sono stato intubato a Treviso. Per cinque giorni sembravo ad un passo dalla morte, poi ho fatto un movimento con il corpo e mi hanno estubato e mi hanno messo nel reparto pre-intensivo. Poi sono andato in un ospedale di riabilitazione perchè non riuscivo più a muovermi. Ho anche i polmoni pieni di cicastrici. Dopo tutto quello che ho avuto mi viene da pensare che forse il Signore non mi vuole ancora. Io continuerò sempre a lottare e a fare le mie cose”.
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