Tennis
Matteo Berrettini: “Oggi una partita da top ten, in certi momenti accortezza tattica chiave importante”
Matteo Berrettini continua a esserci. Il martello di Roma, l’uomo che per primo è giunto tra gli italiani uomini in finale a Wimbledon, si è ripreso il Centre Court. E ci ha vinto per la seconda volta nella sua vita, battendo il francese Arthur Fils in quattro set. Alcune ore più tardi è giunto il nome del suo avversario, Grigor Dimitrov, e il bulgaro ha anche lui una storia da raccontare ai Championships.
Si comincia con le forti sensazioni della giornata: “Sono molto felice, orgoglioso e grato di essere qui a giocare un altro match. Il lavoro che ho fatto prima di Parigi sta dando i suoi frutti. Devo dire che il mio sogno era arrivare qui e poter connettere i punti bene qui. Il livello è alto, l’intensità anche. Vado meglio col tempo, talvolta bisogna imparare nel modo più duro. Devi credere nel processo“.
Alla stampa italiana: “Qua ho sempre giocato bene, la palla usciva bene, mi piace il torneo. So che oggi è stata una partita ad altissimo livello, come anche l’altro giorno. Lui giocava veramente bene, rispondeva tanto. So che oggi è una partita da Berrettini top ten secondo me, poi gli altri pensino quello che possono pensare. Sto bene“.
Sulla visione del tennis: “Gli allenatori tendono a ricordarmi questa cosa prima della partita: giocare certi colpi in determinati momenti, quando c’è da tenere, quando da spingere, andare di taglio e via dicendo. Sull’erba variare tanto è fondamentale. Il mio è un gioco comunque violento, nel senso che cerco di tirare più forte possibile, ma in certi momenti l’accortezza tattica è una chiave importante”
Il tema del servizio resta importante: “Quando servo così e trovo quel ritmo lì mi tolgo da un sacco di problemi. Ti danno anche la fiducia di sapere che, nel momento in cui servi una seconda, ho anche la tranquillità di giocare perché so che il servizio sta funzionando bene. Questo si lega alla partita e costruisce nell’allenamento. Oggi in risposta è andata bene. Con qualche accortezza in più avrei potuto fare anche qualche break in più, ma quella è anche bravura dell’avversario e condizioni. Secondo me ho giocato bene“.
Su un tema se vogliamo quasi “affettivo”: “Sono un po’ romantico, mi piace pensare ci siano giocatori cui uno si affeziona al di là dei risultati, questo mi ha spinto a guardarne i migliori giocatori e a vivere le mie partite in maniera totale, buttandoci dentro tutto quello che avevo. Quando gioco sono immerso completamente, mi ci butto dentro un po’ come nella vita. Il fatto che questa cosa si veda per me è un motivo di grande orgoglio“.
Su quello che sono stati gli ultimi sei mesi, sulla preparazione: “Ho fatto un grandissimo lavoro nell’accettare il fatto che io mi dovessi sentire scomodo o non al 100%. Pensavo di dover essere al 100% negli Slam, invece ero al 95% e me lo sentivo un 70%. Accettare che il 95% è il 100% di quello che puoi dare è una cosa semplice da dire, ma complicatissima da fare, ed è stato un passo molto importante. Poi io tendo a dirmi che non sono bravo, e allora le persone sono importanti e ho la fortuna di avere intorno a me una famiglia e un team che mi sostengono e assecondano anche dicendomi le cose che non vorrei sentirmi dire, insomma senza essere yes men“.
La difficoltà di risalire dalla buca, partendo da Majchrzak un anno fa: “L’anno scorso ero arrivato a un momento in cui avevo bisogno di tempo, ho posato la racchetta per un mese. Sono uscito dal campo e ho detto “chissà”. Ero spento, non mi emozionavo più. Se dovessi continuare a tennis, voglio avere quelle emozioni. E’ stato difficile perché ho dovuto smontare le basi che avevo da quando ho iniziato a giocare. Piano piano siamo ripartiti, con grande fiducia, l’obiettivo di non sentirmi più come l’anno scorso qui“.