Karate
Matteo Avanzini: “La paura di perdere c’è sempre, poi sul tatami sparisce tutto. Spero di arrivare alle Olimpiadi”
L’ospite della nuova puntata di OA Focus, trasmissione in onda sul canale Youtube di OA Sport, è stato Matteo Avanzini. L’italiano è una delle grandi promesse del karate e nonostante la giovane età si è già reso protagonista di successi di caratura mondiale. Nell’intervista l’azzurro ha trattato diverse tematiche, dagli inizi della sua carriera fino ai prossimi obiettivi.
La vittoria di squadra agli Europei: “Il successo di cui sono più orgoglioso è quello di quest’anno per l’energia che si è creata in squadra. Sono tre anni che vinciamo l’Europeo, ripetersi quest’anno è stato fantastico”.
Un incontro che vorresti rifare: “La finale nel campionato mondiale giovani a Jesolo nel 2024. A casa con mamma e papà che guardavano è stata emozionante. Arrivarci e rivivere il sogno è stato fantastico”.
La prima volta sul tatami: “Avevo sei anni, quest’anno è il sedicesimo che faccio karate. Qualcosa mi ricordo della prima volta, soprattutto le punizioni del mio maestro”.
Hai mai avuto paura: “La paura di perdere c’è sempre. Una persona può prenderle come stimolo o lasciarsi schiacciare. Quando arrivi sul tatami non pensi a niente. Nei giorni prima magari pensi a quello che potevi fare di più. Man mano che mi avvicino alla gara le insicurezze spariscono”.
I primi successi: “Ho iniziato a vincere presto nel circuito assoluto. Ho avuto uno sviluppo tardivo nella giovanile. Il mio primo europeo l’ho fatto nell’ultimo anno dell’U18. A 17 anni ero già attenzionato dalla nazionale. Da lì la salita è stata ripida, il percorso è stato duro. Sono riuscito a cavarmela ed ho iniziato a vincere nella categoria senior. Sono stato un’outsider già nel campionato assoluto, non ero il favorito. Credo che sia la testa che faccia la differenza. La maturità che ho sviluppata dopo i 18 anni prima non l’avevo. Una preparazione da professionista mi ha aiutato molto”.
Il momento in cui hai capito di poter fare bene nel karate: “Avevo 17 anni, erano i campionati italiani U21 e presi il bronzo. Lì qualcosa è scattato e l’allenamento che avevo fatto da solo durante il covid mi ha aiutato. In quel periodo sono stato lontano dal tatami per il covid. Ne avevo uno provvisorio ma mi è servito tanto. In tanti hanno mollato o allentato la presa. Io cercavo sempre di migliorarmi”.
I sacrifici dei genitori: “Hanno sacrificato tutta la loro vita. Da quando ho sei anni hanno sempre creduto in me. Mio padre mi ha sempre accompagnato anche negli allenamenti più distanti. Il motivo per cui sono arrivato a questo livello sono anche loro. Mi motivano a fare di più”.
Il significato dell’oro mondiale: “Vincere un Mondiale vuol dire tanto. È una conferma enorme. Le Olimpiadi sono un percorso ed un qualcosa in più in cui spero di poter arrivare un giorno (al momento il karate non è sport olimpico, ma si sta lavorando per Brisbane 2032, ndr)”.
Confrontarsi con atleti esperti: “Non mi piace studiare gli avversari. Preferisco farlo sul tatami. Dopo gli incontri più duri non ricordo niente perché sono in una bolla e penso solo a quello. Per riaccendere il cervello vedo l’incontro dal telefono. Gli incontri con atleti forti mi insegnano tantissimo”.
I segreti: “Credo che la concentrazione e la freddezza siano i miei segreti. Le ho acquisite con il tempo sul tatami. Prima ero più preparato sul livello tecnico. Adesso la maturità mi ha portato a competere con questo tipo di karate più di lettura e di concentrazione. Questo sport mi ha insegnato già tanto”.