Pallavolo
Marco Falaschi: “Tanti giocatori si perdono facendo i secondi per anni in Superlega. Si sta insegnando meno la tecnica”
Una vita dedicata alla pallavolo. E la storia continua, malgrado un ritiro forzato che sta per scrivere un nuovo capitolo del suo percorso sportivo. Marco Falaschi è stato ospite dell’ultima puntata di Focus, rubrica di approfondimento a cura di Alice Liverani, parlando a tutto campo della sua carriera, ma anche di molteplici idee interessanti per il futuro:
“Essere compagno di Carlotta Cambi è un ruolo pesante? No, è un piacere – ha esordito Marco – Abbiamo età diverse. All’inizio era accreditata come mia compagna, poi cambiano prospettive e carriera, e adesso sono io il compagno di Carlotta Cambi. Ma siamo insieme, siamo sempre noi. Sono nato a Santa Croce, cresciuto a pane e volley. In famiglia si è sempre respirata questa aria, mio padre è stato capitano della squadra del Paese, poi ha avuto un infortunio. A quei tempi il menisco comportava la fine della carriera, di conseguenza è diventato dirigente della società che ha poi portato avanti a più riprese. Mio fratello ha terminato la carriera l’ultimo anno con me, abbiamo fatto insieme l’anno in B2, io avevo 17 anni. Andavamo d’accordo, se non per i classici screzi tra palleggiatore e schiacciatore. Poi è chiaro che è stato un riferimento per me. La sua età era avanzata, io stavo facendo la gavetta che oggi si fa un po’ meno soprattutto tra i palleggiatori, in quegli anni la B1 e la B2 erano serie importanti, c’erano giocatori che campavano solo di volley. Io mi affacciavo alla pallavolo più professionale con giocatori di un’altra età”.
Il giocatore, costretto a lasciare il professionismo a causa di un problema all’aorta, ha quindi sottolineato una differenza importante tra i suoi tempi e quelli odierni. “Io all’inizio andavo a scuola, facevo sacrifici. L’anno di B2 a Pescia erano tutti uomini che lavoravano, anche se c’era qualcuno che invece giocava solo a volley. Ricordo quegli anni come formativi. Oggi la gavetta è diversa. Dal mio punto di vista è cambiato l’approccio che si ha nei confronti di un palleggiatore giovane, è cambiato quello che i giovani vogliono. Io in tutti gli anni della mia carriera, quasi 25, quando ho fatto il secondo l’ho fatto perché volevo, altrimenti non avrei mai scelto di fare la panchina, sarei andato nella serie più bassa a giocare e a prendermi la responsabilità. Oggi è diverso, si preferisce fare tanti anni da secondo, a volte si buttano giocatori in Superlega così. È tanto rischioso perché non si ha la reale percezione del giocatore, non hanno la gavetta che a mio avviso serve perché ti toglie dalle difficoltà. Negli anni in cui sei giovane e giochi con compagni più grandi ti devi prendere la responsabilità, ovviamente ci sono dei problemi e uno deve trovare il modo di uscirne, questo fa tutto parte dell’esperienza. Non tutti arrivano in Superlega o a giocare in Nazionale. Ma si può fare anche una carriera discreta, io non sono mai arrivato nelle top. L’anno della Lube io facevo il secondo a De Cecco, fu una scelta voluta e c’erano tanti punti interrogativi, c’era una situazione strana anche economica dettata dal Covid. Io ho fatto una carriera onesta scegliendo delle proposte che ero contento di accettare, che potevano essere difficili, con obiettivi diversi. Per me la salvezza è stato un obiettivo importantissimo, ma l’ho trovata più stimolante di vincere uno scudetto senza giocare.”
Falaschi ha poi continuato: “Un periodo che ho sentito mio? I due anni a Padova, o i due anni a Taranto, il primo in Puglia vincemmo a casa con il Modena e fu una delle ultime partite che ci diede la possibilità di andare in Superlega, noi giocavamo bene a pallavolo nonostante un roster umile. A Padova ho raggiunto feeling con società e squadra che difficilmente ho ritrovato. Si sta bene e tu mettevi anche quel qualcosina in più per raggiungere l’obiettivo di rimanere in categoria.”
Non è mancato poi un commento sui suoi anni a Montenegro e Polonia, dove ha respirato un’aria diversa: “Io ho vissuto gli anni di Montenegro e Polonia durante la crisi finanziaria che si è ripercossa anche nello sport, negli sponsor e tutto l’indotto. Sono cicli. Ho quindi provato una strada all’estero, è capitata l’opportunità di fare la Champions League, quello mi ha dato la visibilità per spostarmi in Polonia, quattro anni favolosi: la Polonia è il paradiso per noi pallavolisti. Io ci ho vissuto, sono stato veramente bene, sono stato valorizzato e apprezzato non solo per il giocatore ma per la persona. I ragazzi oggi non puntano solo alla Polonia, puntano ad altro perché hanno più opportunità che prima invece non c’erano. Io fui uno dei primi ad andare fuori. In Polonia ho scoperto un Paese che vive di pallavolo. Il calcio si ferma tre mesi perché fa freddo, tutti gli sport al chiuso sono al massimo livello. Le partite erano all’insegna dell’intrattenimento. Questo significa portare l’evento nell’evento, genera contatti nuovi e le persone stanno volentieri al palazzetto perché non c’è solo il match ma anche tutto il resto. In Italia si può fare ma le società devono capire che non esiste solo l’evento pallavolo. Oggi ci si basa sulle relazioni, sul far vedere che bisogna allargare i nostri confini, creare interazione. Non è semplice per niente, però per come sta andando la società di oggi questa è la via da seguire. Noi siamo abituati a società che hanno il padre padrone, negli anni è cambiato. Se queste persone si stancano finisce tutto. Ma se hai costruito qualcosa, una rete anche di aziende e sponsor, la pallavolo va avanti. Poi sì ci sono dei cicli, a volte va bene altre volte meno, ma si va avanti lo stesso.”
Una vita da palleggiatore, ma oggi cosa si sente Matteo? “Un po’ tutto. Un atleta è per sempre. Credo che mentalmente lo si rimanga sempre. Io ho fatto per 25 anni questo dalla mattina alla sera, e l’ho sempre fatto divertendomi. Non ero contento quando perdevo, ma il lunedì si ripartiva. Questo per me è sempre stata la pallavolo. Dove mi porterà questo amore? A rimanere nell’ambiente; chiaro che la parte dirigenziale, di organizzazione o di scrivania mi interessa. Ma ci vogliono anche le competenze. Bisogna aggiornarsi. Ora ho fatto un corso intensivo dell’Accademia FIPAV per team manager. È un punto di partenza, ti dà un’infarinatura Ma da aggiungere alle esperienze che hai avuto da giocatore: sai come si fa, sai come ci si rapporta con società e dirigenza. Per me è sempre stato un piacere e mai un peso. C’è chi mi vede allenatore, a volte mi dicevano che già lo ero quando giocavo, c’è anche questa parte. Ma anche qui ci vogliono le competenze. Non è che si finisce allora si diventa buoni allenatori, c’è da capire quale settore coprire. Quello giovanile significa che bisogna insegnare i fondamentali, tutto. Il diventare allenatore di una squadra di Serie A è più gestionale.”
A tal proposito Falaschi ha precisato: “Oggi non si insegna più tanto la tecnica. Io negli ultimi anni ho incontrato pochi allenatori che perdevano tempo in questo. Non voglio dire perché non la sapevano ma prediligevano altre cose. Nel sei contro sei si vedono delle lacune tecniche che vanno curate singolarmente, bisogna perderci del tempo, e farlo è una rottura di scatole, significa fare allenamenti individuali, correggere la mano. I miglioramenti si vedono in settimane ma se uno poi ha la visione, un programma, si può arrivare a un concetto di squadra in cui tutti hanno una base tecnica importante. Io in Polonia ho avuto due allenatori italiani, Gardini e Anastasi. Negli anni in Polonia i giocatori avevano anche la fisicità. Arrivavano i coach italiani, davano due o tre basi tecniche. E loro erano molto lavoratori perché sono stati abituati così anche nelle giovanili. Quindi progredivano. Sicuramente negli anni della Polonia ho visto gente al servizio dell’allenatore e della società, senza mai lamentarsi. Questa è stata una cosa che mi ha impressionato, poi è diventata normalità. Sono tornato in Italia, vedevo delle cose, e ho notato le differenze. Ma anche questo sta cambiando un pochino, fa tutto parte dell’adattamento.”
In ultimo l’azzurro ha parlato della sua condizione attuale: “Da quando ho avuto la non idoneità mi manca il fatto di non poter fare nulla a livello fisico. In questo momento sono fermo, devo finire questo cerchio di visite. Quando lo termino posso cominciare a fare qualcosa stando in range. In questo momento non mi manca moltissimo, quando cominceranno le preparazioni ad agosto e io sarò da un’altra parte probabilmente ci sarà un po’ di assestamento. Ma fa parte della vita. Io ho dato un’altra lettura: quando mi hanno detto che avrei dovuto smettere ho pensato che ha deciso qualcun altro per me. Questa è stata la sostanza, dopo 25 anni di carriera abbiamo terminato. Non è stato un peso. La Goggia ha detto che fare i sacrifici significa fare le cose con sacralità. Ho avuto poco tempo da quando ho smesso, pensavo di averne molto di più. Sono sempre più impegnato. Bene che sia così, significa che ci sono cose da fare. Ora stiamo costruendo una casa, ed è una cosa che crea impegno. Non è che si sta a non fare nulla. Obiettivi a lungo termine? Non so, forse una famiglia, ma anche lì bisogna creare il tempo.”
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