Atletica
Marcello Fiasconaro, sei (stato) grande: l’uomo che faceva impazzire l’Italia, storia da film. Benvenuto Pernici, record dopo mezzo secolo
Il nome di Marcello Fiasconaro può forse dire poco ai più giovani, ma stiamo parlando di un’icona assoluta dell’Italia sportiva negli anni settanta. Piaceva a tutti, era popolarissimo, un estroso, un simbolo dell’intero movimento tricolore. Partiamo da un freddo numero, ma è quello che lo ha accompagnato per più di mezzo secolo: 1:43.7, il tempo con cui corse gli 800 metri all’Arena di Milano il 27 giugno 1973. Fu record del mondo fino al 1976 ed è rimasto record italiano per 53 anni e 6 giorni, fino a stasera, quando Francesco Pernici ha sciorinato 1:43.60 a Nancy riscrivendo la storia.
Nato a Cape Town, nel 1949. Il ribattezzato March è venuto al mondo in Sudafrica: suo papà era il primo direttore della scuola d’opera lirica della città, un pezzo da novanta che avrebbe avuto di fronte a sé una carriera luminosa, un uomo eclettico noto per le sue doti di baritono, ma anche di attore e regista. Venne abbattuto in Africa durante la seconda guerra mondiale (pilotava un aereo), si lanciò con il paracadute e rimase appeso a una pianta per due giorni, poi venne imprigionato dagli inglesi, che lo spedirono nel campo di Zonderwater in Sudafrica. Venne liberato al termine del conflitto e incontrò la splendida Maribel, sudafricana di origine belga.
La mamma di Marcello Fiasconaro, che iniziò a praticare il rugby, lo sport nazionale: racconta sempre che quando giocava con i suoi Villagers aveva come compagni di squadra cinque futuri Springboks, tra cui il leggendario capitano Morné du Plessis. Durante la stagione morta si allenava con l’atletica, le sue doti vennero subito notate, fece un gran tempo sui 400 metri e lì nacque la leggenda. Carmelo Rado, ex discobolo italiano, sentì il cognome italiano e ricevette il permesso da papà Gregorio di portare il figlio in Italia. Prima uscita: record italiano sfiorato sul giro di pista a Genova.
Era un personaggio: si stupirono quando lo trovarono a bere sette birre, faceva scalpore il suo look con i capelli molto lunghi, studiava l’italiano con le canzoni. E piaceva a tutte. Bellissimo, riscuoteva un certo successo. In un’intervista concessa al Corriere della Sera dichiarò: “Beh, avevo un certo appeal. La Federazione di atletica, però, ci faceva controllare. Una volta scappai dall’albergo di Formia dove eravamo in ritiro e passai la giornata sulla spiaggia con una ragazza tedesca, hostess della Lufthansa. Il giorno dopo mi convocarono a Roma. Sapevano tutto“.
La mitica serata dell’Arena di Milano resterà per sempre nel cuore di generazioni e generazioni. Il primatista mondiale di una delle specialità più nobili dell’intera atletica era italiano. Rimase così fino all’avvento del cubano Alberto Juantorena, il cui cognome dirà qualcosa agli appassionati: sì, è lo zio del pallavolista Osmany, che avrebbe poi rappresentato la nostra Nazionale. Peccato che nel suo palmares non figurino medaglie olimpiche (complice qualche problema fisico di troppo), i Mondiali all’epoca non esistevano e si mise al collo “solo” un argento sui 400 metri agli Europei 1971.
Stasera Francesco Pernici ha abbassato di un decimo un crono manuale che ha fatto epoca ed è entrato in una nuova dimensione: ormai si viaggia sotto 1’42” quando si cerca il tempo, ma il 23enne bresciano ha enormi margini di migliorato e, dopo aver sfondato un muro eretto più di mezzo secolo fa, non ci sono limiti alla provvidenza.