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La rinuncia di Jannik Sinner a Montreal: un messaggio all’ATP e una scelta legata alla ‘crisi’ di Parigi

Giandomenico Tiseo

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Jannik Sinner / LaPresse

La rinuncia di Jannik Sinner al Masters 1000 di Montreal ha inevitabilmente acceso il dibattito. Il numero uno del mondo, reduce dalla vittoria a Wimbledon, ha scelto di non disputare il primo dei due appuntamenti nordamericani che conducono agli US Open. Una decisione che va letta al di là della semplice gestione delle energie e che, indirettamente, alimenta una riflessione sul calendario del tennis contemporaneo.

L’altoatesino interrompe così una sequenza impressionante nei Masters 1000. Nel 2026 ne ha conquistati cinque consecutivi, sei se si considera anche Parigi-La Defense a conclusione della stagione precedente. Numeri che avrebbero potuto suggerire la ricerca di un primato ancora più ambizioso. Invece Sinner ha scelto una strada diversa, privilegiando la preparazione dello Slam newyorkese e rinunciando a un torneo che, almeno nella sua valutazione, avrebbe aggiunto più fatica che vantaggi.

È difficile non leggere questa scelta anche come una presa di posizione, seppur silenziosa, nei confronti della progressiva trasformazione dei Masters 1000. L’estensione del format a dodici giorni nasce dall’esigenza di aumentare il valore commerciale degli eventi, ma continua a sollevare interrogativi sotto il profilo tecnico. In uno sport sempre più esigente dal punto di vista fisico, allungare la permanenza dei giocatori in torneo significa inevitabilmente modificare gli equilibri della stagione.

L’ATP, almeno per ora, non sembra intenzionata a tornare sui propri passi. Eppure Montreal continua a essere uno degli appuntamenti che più frequentemente registra assenze eccellenti. La vicinanza con gli US Open, unita a condizioni di gioco sensibilmente diverse da quelle di Flushing Meadows, spinge molti giocatori a rivedere la propria programmazione. Cincinnati, per caratteristiche, rappresenta un banco di prova più attendibile in vista dello Slam americano.

Anche Sinner si inserisce in questa tendenza, pur accettando le conseguenze economiche della rinuncia. Le sanzioni previste per un forfait senza motivazioni mediche sono tutt’altro che marginali e possono raggiungere cifre a sei zeri. È un elemento che contribuisce a comprendere il peso della decisione: quando un giocatore è disposto a rinunciare a una somma così rilevante, significa che attribuisce un valore ancora maggiore a ciò che potrà ottenere qualche settimana dopo.

La stagione dell’azzurro, del resto, aveva raccontato un approccio differente. Aveva scelto di misurarsi con una sfida inedita, disputando cinque Masters 1000 consecutivi e vincendoli tutti, un risultato che nemmeno Federer, Nadal e Djokovic avevano mai raggiunto. Poi qualcosa è cambiato. La sconfitta contro Juan Manuel Cerúndolo al secondo turno del Roland Garros ha probabilmente rappresentato un punto di svolta, non tanto sul piano tecnico quanto su quello delle priorità.

Ridurre questa scelta a un semplice calcolo sarebbe però limitante. La caccia ai nove Masters 1000 non è mai stata un obiettivo dichiarato da Sinner. Più che una sua ambizione, è stata una narrazione costruita attorno ai suoi risultati. La logica che sembra guidarlo è diversa: arrivare agli appuntamenti che ritiene decisivi nella migliore condizione possibile, anche a costo di rinunciare a qualcosa lungo il percorso.

In fondo, è proprio questo uno degli effetti collaterali del calendario attuale. Se il numero uno del mondo, nel pieno della carriera e dopo aver dominato la categoria, ritiene più conveniente saltare un Masters 1000 per preservarsi in vista dello Slam successivo, forse la domanda non riguarda soltanto Sinner. Riguarda il ruolo che questi tornei stanno assumendo all’interno della stagione e il rischio che, nel tentativo di assomigliare sempre di più agli Slam, finiscano per perdere una parte della loro identità.

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