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Jannik, once more! Sinner per il bis a Wimbledon, c’è Zverev sulla strada

Federico Rossini

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Jannik Sinner

Da una parte Jannik Sinner, campione in carica, quattro volte vincitore Slam, numero 1 del mondo. Dall’altra Alexander Zverev, vincitore Slam al Roland Garros, prossimo numero 2 del mondo e testa di serie numero 2. La finale di Wimbledon, per sommi capi, potrebbe essere riassunta tutta qui, in poche righe, eppure c’è molto altro di cui si può, anzi si deve parlare, del confronto che vale la possibilità per Jannik di entrare nel club degli uomini che hanno concesso il bis a Wimbledon dalla fine dell’epoca del Challenge Round.

E sono nomi importanti per la storia del tennis, si badi bene: da quel 1922 i nomi in grado di fare il bis sono stati Fred Perry (tris), Don Budge, Lew Hoad, Rod Laver (due volte), Roy Emerson, John Newcombe, Bjorn Borg (che si spinse a cinque), John McEnroe, Boris Becker, Pete Sampras (tre e poi quattro), Roger Federer (cinque), Novak Djokovic (due e quattro, fatto salvo il 2020 mai giocato), Carlos Alcaraz.

Sarà la prima volta di un italiano per due volte (consecutive, per di più) in finale a Wimbledon, a qualsiasi livello (singolare, doppio e anche junior): è sia il senso di quello che è diventato il tennis italiano che una testimonianza della forza di Sinner, che per un motivo (Djokovic) o per un altro (malessere) non aveva ancora giocato ultimi atti Slam quest’anno. Per lui è il settimo approdo in finale in carriera, e vanta un bilancio di 4-2 (dove 2 si legge Alcaraz). All’atto pratico, è inevitabile che l’esperienza gli dia una spinta in più, come gliela darà senz’altro la precisione chirurgica che ha messo insieme in semifinale contro Novak Djokovic.

Si era parlato di un Sinner non al meglio, di chance del serbo di poterlo battere. La verità è stata una sola: anche dall’altra parte gli sforzi di un torneo mai semplice si sono fatti sentire. E soprattutto, dal lato di Jannik, c’è stata una performance concreta, attenta. Che, forse, ha dato poco spazio allo spettacolo, ma ne ha dato tantissimo all’efficacia e a un rovescio che, nei momenti in cui è stato necessario prendere il largo, c’è sempre stato. I campioni, quelli assoluti, sanno come alzare il livello in un certo momento. E lui, essendolo, ha ritrovato la spinta dei momenti migliori, quella che semplicemente è impossibile da tenere quando compare.

Dall’altra parte della rete c’è Alexander Zverev, il primo da Medvedev (US Open 2021-Australian Open 2022) a marcare visita in una finale Slam dopo aver vinto il proprio primo. La fiducia del tedesco appare quasi ai massimi storici, in particolar modo per tre motivi: l’aver evitato i quinti set nella prima settimana, l’averlo fatto nonostante un match complicatissimo con il belga Alexander Blockx all’esordio e aver concesso solo un altro parziale (in situazione particolare) al ceco Jiri Lehecka.

Zverev è, dopo Gottfried von Cramm, Wlihelm Bungert, Boris Becker e Michael Stich, il quinto tedesco a raggiungere la finale ai Championships, e proprio in Germania un simile evento non si vedeva da 31 anni, quando proprio Becker dovette cedere di fronte a Pete Sampras che, negli anni dal 1993 al 2000, perse una sola partita sui prati più noti al mondo (contro l’olandese Richard Krajicek nei quarti del 1996). Ma se Becker era un cliente abituale della finale a Wimbledon, avendola raggiunta per ben sette volte e vincendola tre, per Zverev non si può dire esattamente lo stesso: fino ad ora era arrivato al massimo agli ottavi. E il vero cambio di passo, forse, l’ha vissuto ai quarti, contro Taylor Fritz. Non sapeva più come battere l’americano, ci è riuscito per 6-4 6-4 6-2.

Sarà il confronto numero 14 tra Sinner e Zverev, ma il primo in assoluto sull’erba. La storia dei precedenti ha una sua linearità: prima vittoria di Jannik negli ottavi al Roland Garros 2020, poi quattro successi del tedesco tra poche settimane dopo, a Colonia, e gli US Open 2023. Poi, lì, nove vittorie consecutive del numero 1 ATP. Poche quelle lottate (semifinale di Cincinnati 2024, finale di Vienna 2025), alcune totalmente dominate (vale per tutte la recente finale di Madrid, un 6-1 6-2 durato meno di un’ora), altre nel mezzo (semifinale di Miami 2026). Nelle ultime occasioni, peraltro, si è avuta la netta impressione di uno Zverev incapace di contenere il gioco di Sinner, o quantomeno di leggerlo. Resta da vedere se questo cambierà sul Centre Court.

Sarà un giorno di grande importanza, questo, per il tennis italiano, che a prescindere da come andrà questa finale può ritenersi felice: ha espresso di nuovo il suo numero 1 ai massimi livelli, in crescita turno dopo turno. E ha espresso anche la conferma di Flavio Cobolli ai quarti (seppur con finale amaro), come pure il ritorno a ottimi livelli di Jasmine Paolini dopo una stagione difficilissima. E, quando tornerà a pieno regime Lorenzo Musetti, una cosa è certa: ci sarà davvero (molto) da divertirsi, perché una generazione così non s’è mai vista nemmeno nei favolosi Anni ’70.

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