Boxe

Francesco Damiani: “Guadagnai 5000 lire al mio primo match. Non ho affrontato Tyson per un motivo”

Alessandro Passanti

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Francesco Damiani / Lapresse

Francesco Damiani è stato l’ospite dell’ultima puntata di OA Focus. Il grandissimo ex-pugile, medaglia d’argento olimpica, detentore della cintura WBO dal 1989 al 1991 e grande allenatore della nazionale, ha raccontato la sua doppia carriera e ha analizzato numerosi spunti nel corso dell’intervista rilasciata.

Il primo punto all’ordine del giorno, ovviamente, la grande beffa di Los Angeles 1984 con una medaglia d’oro davvero svanita nella maniera peggiore: “Me la sono vista sfuggire. Se l’Olimpiade fosse stata a Roma avrei vinto io, là ha vinto lui. Eravamo in casa sua e ha vinto. A Milano poi mi sono preso la rivincita, lì non ci furono dubbi. Peccato, mi sono dovuto accontentare dell’argento. Vorrei rifare quel match e rifarlo nel modo giusto. Chi lo sa, magari finirebbe ancora nella stessa maniera”. 

Una carriera che ha vissuto momenti davvero incredibili:Ho avuto la fortuna di avere un grande manager in Branchini che faceva la boxe negli anni ’40 negli Stati Uniti e mi ha portato al titolo mondiale. Abbiamo viaggiato in parallelo con Mike Tyson ed è stato bravo ad evitarlo finché ha potuto. Poi. dopo che finì. in carcere dovevo sfidare Holyfield. ma saltò per un mio infortunio, il mio più grande rammarico. Purtroppo la mia caviglia era ko e non potevo scendere sul ring. Anche contro Tyson avrei voluto combattere. Non ci siamo mai sfidati perchè, come mi ha confessato il mio manager, non c’è mai stato l’accordo economico. Ci siamo visti diverse volte tra New Jersey e Las Vegas, ma non abbiamo mai incrociato i guantoni. Era un personaggio dalla popolarità enorme”.

Francesco Damiani e la boxe, un rapporto con motivazioni ben precise: “Ho fatto la boxe ma non per i soldi. Il mio primo incontro? Guadagnai 5000 lire. Una passione che mi ha sempre trascinato poi quando arrivi ad un certo livello ovviamente i soldi non mancano ma io ero spinto dalla passione”.

Sull’avere paura prima di salire sul ring il pensiero è netto:Devi avere paura! Se non l’hai sei un incosciente. La paura ti dà ancora quel modo di ragionare per non rischiare oltre il dovuto. Nel pugilato la paura svanisce al momento del gong. Il timore deve sparire lì”. 

Uno sport che ha dato tanto al romagnolo:A 17 anni quando ho iniziato a salire sul ring sicuramente mi ha formato molto poi l’ho fatto altre 130 volte da dilettante e 35 da professionista. Fa bene a quell’età. Vedo ragazzini che vengono in palestra che sono un po’ timorosi poi quando gli insegni un po’ di autostima la prendono e diventano più sicuri”. 

A livello di insegnamento come si risponde alla paura per mandare i ragazzi?Assolutamente non ci deve essere. La prima cosa che gli si insegna sono le arti motorie, come muoversi, gli addominali, saltare e tutto il resto. Poi, quando lo metti davanti a un sacco gli insegni come dare i colpi. Penso sia importante vedere a cosa serve il pugilato. Non serve a offendere ma a difendersi. Un consiglio? Tenere sempre le mani alte per difendersi”. 

Da allenatore il percorso è stato notevole: “Ho avuto fortuna sono entrato nel 2001 senza esperienza da allenatore ma soprattutto avevo diversi ragazzi eccezionali come Valentino, Russo, Mangiacapre, Cammarelle. L’ho fatto per 12 anni con 3 Olimpiadi e ho avuto questa fortuna”. 

Come sta la boxe?Sta vivendo contrasti che non c’erano ai miei tempi. Ora non si capisce più niente. Gli Stati Uniti hanno tolto la Russia per la guerra in Ucraina. Il nuovo CIO ha fatto fuori tutto questo pugilato, fanno i loro interessi. Non c’è più una conformità, la confusione è assoluta. Mischiare la politica con lo sport non ha senso. Inoltre siamo un periodo nel quale non ci sono grandissimi campioni. Arriveranno, ma per ora non ci sono”. 

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