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Canadian Open 2026, i precedenti degli italiani tra Montreal e Toronto. Spicca Jannik Sinner con il successo del 2023

Federico Rossini

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Jannik Sinner LaPresse Olycom

Jannik Sinner a Toronto, certo. Ma il Canadian Open ha regalato (molto) altro alla causa italiana nel tempo. Sono in pochi a ricordarlo, ma la scia di successo italiana in terra canadese parte dagli Anni ’70, quando, sebbene ancora con un’importanza leggermente minore dell’attuale, questo torneo raccoglieva pur sempre un’ampia dose di ottimi giocatori, quando non veri e propri campioni.

Partiamo, con i nostri ricordi, dagli Anni ’70. Anzi, da due giocatori. Adriano Panatta ai quarti ci arrivò per due volte. Una nel 1972, battendo nettamente sia Brian Gottfried che Roscoe Tanner, ma si ritirò quasi subito contro Ilie Nastase, avversario di tante battaglie e compagno di ancor più numerosi episodi, sotto 0-4 nel primo set. Ci ritornò nel 1975, battendo sul percorso anche Harold Solomon che poi ritroverà in finale al Roland Garros 1976, ma a fermarlo fu Manolo Orantes, in un tale stato di grazia da arrivare poi a vincere gli US Open poche settimane dopo. Quanto a Paolo Bertolucci, l’amico fraterno di Adriano, nel 1973 ebbe una corsa interessante, dove batté anche Charlie Pasarell, prima di fermarsi contro Cliff Drysdale. Per quanto riguarda il 1976, invece, sembrava davvero l’anno delle sue chance maggiori: batté John Alexander e poi Jan Kodes, ma sbatté in lotta sul cileno Jaime Fillol, poi tra i protagonisti della finale Cile-Italia di Coppa Davis.

Da allora, il Canada non sorrise mai davvero ai giocatori azzurri. Tante eliminazioni precoci e varie occasioni sprecate si andarono a susseguire. Forse la maggiore di queste la ebbe Davide Sanguinetti, che nel 2006 travolse al primo turno David Nalbandian, ai tempi al top e numero 3 del tabellone, per 6-1 6-2. Il tutto passando dalle qualificazioni. La vera chance la ebbe al terzo turno contro Jarkko Nieminen: il finlandese vinse per 12-10 al tie-break del terzo set, e ai quarti ci sarebbe stato un Andy Murray che, è vero, stava interpretando benissimo il torneo, ma ancora non era il Murray che sarebbe stato legittima parte dei Big Four per gli anni dal 2008 al 2017. E proprio allo scozzese si lega l’anno successivo, perché fu lui a perdere da una versione giovane di Fabio Fognini che agli ottavi si trovò davanti Roger Federer e ne finì travolto: 6-1 6-1.

Ma l’avventura del ligure in Canada non finì così. Nel 2019, e proprio a Montreal, e ancor più nella sua miglior stagione, Fabio, che era numero 7 del tabellone e in zona top ten, batté Paul e Mannarino per poi trovarsi davanti Rafael Nadal. Pochi mesi prima c’era stato il colpo di Montecarlo, e per un set l’Italia sognò, poi il mancino di Manacor rimise le cose a posto, vinse 2-6 6-1 6-2 e portò a casa anche il torneo.

Passarono quattro anni e venne Jannik Sinner. In un’estate che lo vide arrivare direttamente dalla semifinale di Wimbledon, il classe 2001 esordì contro il giocatore che forse meno di tutti avrebbe voluto affrontare: Matteo Berrettini, che proprio in quel periodo stava iniziando la fase più complessa della sua parabola agonistica. Finì 6-4 6-3. Poi contro Murray non giocò per walkover, quindi ebbe di fronte un redivivo Gael Monfils. Il francese, come al solito, diede battaglia, ma dovette cedere per 6-4 4-6 6-3. In semifinale non ci fu Carlos Alcaraz perché a toglierlo di mezzo fu Tommy Paul. Sinner batté anche l’americano e, in finale, entrò da chiaro favorito contro Alex de Minaur. Le attese non furono tradite: l’australiano dovette cedere 6-4 6-1. E quello, a oggi, è il primo Masters 1000 vinto da Sinner. Un pezzo di storia che rimane, quello di Toronto, poco prima di un finale di anno da tutti riconosciuto come il vero momento dell’esplosione.

L’anno dopo Jannik arrivò a Montreal dopo la dolorosa rinuncia alle Olimpiadi. In ballo non c’era solo la tonsillite, ma anche quel che non poteva dire, il caso Clostebol che sarebbe esploso pubblicamente solo dopo Cincinnati. Da numero 1 del mondo Sinner batté Borna Coric e Alejandro Tabilo, ma se con il croato fu tutto tranquillo, dopo il cileno, nella stessa giornata, affrontò Andrey Rublev e con il russo perse 6-3 1-6 6-2. Chi, invece, sorprese tutti fu Matteo Arnaldi, che si spinse fino in semifinale: batté McDonald, poi infilò in un sol colpo Khachanov, Davidovich Fokina (che si ritirò nel terzo set) e un redivivo Nishikori. Ma anche qui a sbarrargli la strada fu Rublev.

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