Tennis
Serena Williams, farmaci dimagranti e ritorno a Wimbledon: perché il caso divide il mondo dello sport
Con l’avvicinarsi di Wimbledon, il ritorno in campo di Serena Williams è accompagnato da un acceso dibattito che va ben oltre l’aspetto sportivo. L’ex numero uno del tennis mondiale, che tornerà a giocare sull’erba londinese grazie a due wild card, una per il torneo di singolare e una per il doppio insieme alla sorella Venus, è finita al centro delle discussioni per l’utilizzo di farmaci anti-obesità che le avrebbero consentito di perdere circa 15 chili nell’arco di un anno.
La questione ha alimentato interrogativi di natura etica e sportiva. Alcuni osservatori ritengono che questi medicinali, impiegati principalmente per il controllo del peso corporeo, possano tradursi indirettamente in un vantaggio agonistico, migliorando la condizione fisica e la mobilità dell’atleta. Altri, invece, puntano l’attenzione su un possibile conflitto d’interessi legato al ruolo di testimonial svolto dalla campionessa per Ro, azienda di telemedicina che opera anche nel settore delle terapie per la perdita di peso.
Tra le voci più critiche c’è quella della giornalista sportiva britannica Catherine Whitaker, secondo cui la promozione di questi trattamenti rischia di fare leva sulle insicurezze femminili. La collaborazione tra Williams e la società è stata quindi interpretata da alcuni come un messaggio controverso, soprattutto considerando la crescente popolarità dei farmaci dimagranti.
Non è noto se la tennista stia ancora seguendo una terapia a base di tirzepatide, il principio attivo che l’ha aiutata a perdere peso dopo la seconda gravidanza e a tenere sotto controllo parametri come glicemia e colesterolo. La stessa Williams, tuttavia, ha riconosciuto pubblicamente gli effetti positivi del percorso intrapreso, spiegando che la riduzione del peso corporeo le ha consentito di valorizzare il lavoro svolto con allenamenti e alimentazione. Secondo il suo racconto, i chili in eccesso gravavano sulle articolazioni, in particolare sulle ginocchia, limitando alcuni movimenti che oggi riesce nuovamente a eseguire.
Il caso è stato recentemente analizzato anche dalla rivista The Atlantic, che lo ha utilizzato come punto di partenza per una riflessione più ampia sull’impiego dei farmaci della classe Glp-1 nello sport professionistico. Williams rappresenta infatti uno dei primi esempi di atleta d’élite ad aver ammesso apertamente l’utilizzo di questi trattamenti. Il timore è che, qualora il fenomeno dovesse diffondersi tra gli sportivi di alto livello, si renda necessario stabilire se tali sostanze possano essere considerate strumenti di miglioramento della performance e, di conseguenza, soggette a regolamentazione.
Al momento la World Anti-Doping Agency (WADA) non ha assunto una posizione definitiva. L’organismo sta monitorando l’evoluzione del fenomeno e ha avviato studi per valutare gli effetti della semaglutide sulla composizione corporea e sulle prestazioni atletiche. La comunità scientifica, nel frattempo, resta divisa: alcuni specialisti sostengono che questi farmaci non offrano benefici significativi in termini di rendimento sportivo, mentre altri ritengono opportuno limitarne l’uso, anche per il rischio di incentivare disturbi alimentari.
L’assenza di ricerche specifiche condotte su atleti di altissimo livello rende difficile formulare conclusioni definitive. Proprio per questo motivo, il rendimento di Serena Williams nelle prossime settimane sarà osservato con particolare attenzione.