Roland Garros

La terza vita di Matteo Berrettini. Il nuovo inizio con Enqvist, la lenta risalita e l’exploit nel torneo dove mancava da 5 anni

Federico Rossini

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Matteo Berrettini / LaPresse

Matteo Berrettini, il nome è quello che conta. Quarti di finale in uno Slam: ritrovati. Quarti di finale al Roland Garros: ancora più ritrovati. Fiducia: ritrovata. L’Italia non solo ha per la decima volta consecutiva almeno un italiano nei quarti di uno Slam (anzi, per la sesta volta consecutiva ne ha almeno due). Ha, anche e anzi soprattutto, di nuovo qualcuno che l’ha rilanciata definitivamente nel tennis che conta.

Perché, non va dimenticato, Berrettini ha riportato il nostro Paese davvero nella mappa globale. C’erano stati tanti, troppi anni di difficoltà nel nostro tennis. Anni di imprese sfiorate, altri di imprese riuscite senza però seguito. Tutto fino al 2018 e alla semifinale del Roland Garros di Marco Cecchinato, che ha letteralmente aperto le acque. Di lì in avanti la vittoria a Montecarlo di Fabio Fognini e poi la prodigiosa scalata, che dal 2018 già stava vedendosi, dello stesso Berrettini. I picchi: semifinale agli US Open 2019 (con gli scalpi di Rublev e Monfils), e poi un 2021 da straordinario protagonista. Dove, se si eccettua il caso particolare degli Australian Open, l’unico a fermarlo era stato, sempre, negli Slam, Novak Djokovic. Due volte ai quarti, a Parigi e a New York, e una in quella storica finale di Wimbledon che incollò alla tv oltre quattro milioni e mezzo di italiani. Numeri che sembravano straordinari per allora, numeri che poi sarebbero stati superati dai successi di Jannik Sinner.

Del quale Jannik Matteo ha sempre avuto grande stima, e del resto dalle dichiarazioni reciproche si è sempre sentito come tra i due ci fosse una connessione molto reale, un senso di conoscenza dei reciproci confini, degli sguardi, del come, del quando e del perché. E chissà se, quando si sono incrociati a Parigi dopo il malore che ha messo fuori gioco il numero 1 del mondo, il Martello di Roma ha messo qualcosa nella propria testa. Qualcosa di più forte degli infortuni degli ultimi anni, tanti, troppi, infiniti, insensati. Quelli che hanno tolto tanto, troppo tennis a u giocatore che è arrivato al numero 6 del mondo, del quale tutti conoscono molto bene il valore. Era entrato dalle parti del Bois de Boulogne da numero 105 del mondo. Qualcosa di semplicemente impossibile da accettare per la qualità tennistica di Berrettini.

Eppure un nome capace di ridargli la luce c’è stato. Anzi, c’è. Thomas Enqvist. Svedese, classe 1974, numero 4 del mondo nel novembre 1999 (il suo migliore anno con la vittoria a Stoccarda, la finale agli Australian Open e la semifinale nella defunta Grand Slam Cup). Un uomo da 19-7 nelle finali che ha disputato dal 1992 al 2002, da 41 vittoria sui top 10 racchiuse tra il 1995 e il 2004. Uno dallo stile di attacco da fondo classico, una specie di fusione tra ciò che erano gli Anni ’90 e quello che è venuto dopo, con un bel servizio e un rovescio solido, tutte cose che gli permettevano di avere presto il comando dello scambio.

Ma Enqvist è stato, ed è, anche, uno che conosce la testa dei giocatori. Sa cosa passa nella mente quando ci si fa male, conosce molte cose. E in questo ha saputo trovare un livello di empatia importante con Berrettini. Lo ha motivato, gli ha fatto capire che sì, Matteo è ancora un giocatore fortissimo, forte come pochi al mondo. Che ha delle armi che lo hanno portato molto, molto in alto. I due si erano già conosciuti in Laver Cup, ma la cosa notevole dell’uomo di Stoccolma è aver creato una motivazione positiva. Quella nella quale a volte il capitolino ha faticato, e lo si vedeva in volto. Ma segni di ritorno c’erano, qui e là. Quando è andato a Cagliari a giocare contro Hurkacz, quando cercava di infilare vittorie importanti nei 1000. E poi, finalmente, è arrivato forse il match che serviva. Anzi, i due match. Quelli contro Fucsovics, specie dal secondo set in poi, e contro Rinderknech, quest’ultimo quasi una masterclass in fatto di come ritrovare un’eccitazione positiva e mantenerla. Gli servivano davvero, quegli stimoli dello Chatrier. E lo hanno aiutato anche contro Comesaña, nel match più lungo della sua vita. Oggi, contro Juan Manuel Cerundolo, si è rivisto anche un Berrettini che ha dimostrato un’altra cosa: fisicamente c’è. Eccome se c’è. E le teste che hanno iniziato a voltarsi di nuovo verso la sua sono diventate parecchie. E continuano ad aumentare. Perché nessuno, in fondo, lo ha mai dimenticato. Perché tutti sanno chi davvero è.

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