Formula 1
F1, per Kimi Antonelli confronto impossibile con il passato e la precocità non garantisce una carriera travolgente
Kimi Antonelli sta venendo affiancato a tanti fuoriclasse del presente e del passato della Formula 1. Non potrebbe essere altrimenti, vista la sua precocità. Il nome del teenager bolognese viene affiancato a quelli di Ayrton Senna e Michael Schumacher, oppure di Lewis Hamilton e Max Verstappen. Si tratta di paragoni estremamente impegnativi, poiché si parla del non plus ultra e di chi ha saputo scrivere pagine di storia uniche del Circus.
Attenzione però, perché quanto sta accadendo attorno al pilota italiano, rappresenta esattamente l’opposto di quanto successo lo scorso anno. Nel 2025, l’emiliano era stato sottoposto a un fuoco di fila mediatico più violento di quello di cui furono oggetto le armate austro-russe durante la battaglia di Austerlitz del 1805. Si vive in un’epoca in cui i concetti non sono neppure più allo stato liquido, bensì gassoso. Basta una folata d’aria per dissolverli e spazzarli via.
Quindi, bisognerebbe sempre avere misura e tenere bene a mente la bilancia del giudizio. Ragionare in termini anagrafici, sull’età di Antonelli, non ha senso. Le epoche sono profondamente cambiate. Per fare un esempio, Senna all’età attuale di Kimi, correva ancora nei kart. La dinamica, ai tempi, era assolutamente normale. Inoltre l’affidabilità delle vetture è esponenzialmente più solida del passato e i calendari fanno sì, che in termini prettamente numerici, una stagione attuale sia pari a una e mezza di trenta o cinquanta anni fa.
Si può ragionare in termini di stagioni impiegate per vincere un Mondiale, ma questa dinamica presuppone il fatto di avere a disposizione l’auto per fregiarsi dell’Iride. Kimi, quest’anno, ce l’ha. Si vedrà se avrà modo di sfruttarla appieno, issandosi sul pinnacolo assoluto del motorsport da sophomore, come si dice negli sport americani (ossia di chi, dopo essere stato rookie, è al suo secondo anno).
In tal senso, cerchiamo di raffreddare i concetti gassosi per portarli allo stato a cui dovrebbero sempre essere, ossia solido, lontani dalle ‘scalmane’ degli umori, soggette a sbalzi di temperatura, e rinchiuse all’interno delle solide pareti delle cantine della razionalità.
Verstappen, spesso citato come esempio di precocità, ha vinto il suo primo Mondiale alla settima stagione in F1. Senna e Schumacher, ai quali Antonelli sta venendo associato, ci sono riusciti rispettivamente alla quinta e alla terza completa (più la premessa dei GP disputati nel 1991). Tutti, però, lo hanno fatto alla prima stagione in cui avevano per le mani un’auto da titolo. Hamilton, pur diventando Campione del Mondo da sophomore, avrebbe potuto vincere anche l’anno prima.
In realtà, bisognerebbe andare oltre e avere la prontezza mentale di ricordare la storia della F1, perché diversi esempi di precocità poi “sono arrivati corti”, senza avere una lunghissima carriera al vertice. L’esempio più eclatante è quello di Jacques Villeneuve, titolato da sophomore e poi mai più vincitore di un GP. Un discorso simile può essere fatto per Emerson Fittipaldi, negli anni ’70. Quanto sarebbero state diverse le loro carriere se non si fossero imbarcati nell’avventura di correre per un proprio team?
Inoltre, che dire di Fernando Alonso e Sebastian Vettel? Lo spagnolo era un enfant prodige, il più giovane campione del mondo e bi-campione del mondo della storia. Non ha più conquistato titoli dopo i 25 anni. Il tedesco ha strappato all’iberico entrambi i primati, arrivando a vincere quattro iridi a 26 anni! Sembrava destinato a polverizzare i record di Schumacher, invece si è fermato lì.
In conclusione, Antonelli è Antonelli. I suoi numeri sono i suoi numeri e la sua carriera sarà la sua carriera. Unica, come è unico il DNA di ognuno di noi. Per fortuna. In questa sede ci si può solo augurare che, un domani (molto lontano), Antonelli possa essere un qualcuno con il quale fare confronti; e non si va oltre!