Calcio

Tutti vanno ai Mondiali (pallamano compresa) tranne il calcio maschile: sempre più pecora nera dello sport italiano

Giandomenico Tiseo

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Pio Esposito / LaPresse

C’è un dato che racconta meglio di qualunque slogan il momento dello sport italiano: mentre quasi tutte le discipline collettive del Paese riescono a qualificarsi ai Mondiali, il calcio maschile continua a restarne fuori. Ed è un paradosso enorme, considerando che proprio il calcio rappresenta storicamente lo sport nazionale, quello più seguito, finanziato e raccontato.

L’ennesima conferma è arrivata dalla pallamano. L’Italia maschile ha conquistato la qualificazione ai Mondiali 2027 ribaltando la Svizzera in una doppia sfida che sembrava proibitiva. Un risultato che certifica la crescita di un movimento capace di tornare stabilmente sulla scena internazionale dopo decenni di anonimato. Non è soltanto una qualificazione: è il simbolo di uno sport che ha saputo programmare, investire e costruire un’identità tecnica credibile.

Ed è proprio qui che emerge il contrasto con il calcio maschile. In una fase storica straordinaria per lo sport italiano, culminata nei grandi risultati ottenuti alle Olimpiadi estive e invernali degli ultimi anni, la Nazionale azzurra è diventata la vera anomalia del sistema. La terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali acuisce ulteriormente una crisi che non può più essere letta come un incidente di percorso, ma come un problema strutturale.

Il quadro generale, infatti, rivela tutt’altro scenario. Il basket maschile era presente agli ultimi Mondiali, quello femminile sarà in corsa alla rassegna iridata di settembre. Il volley italiano, sia maschile sia femminile, rappresenta da anni una potenza mondiale stabile, con risultati continui tra Europei, Mondiali e Olimpiadi. Lo stesso vale per la pallanuoto, dove Setterosa e Settebello restano realtà consolidate ai massimi livelli.

Anche discipline meno centrali nel panorama mediatico tricolore stanno vivendo un’evoluzione significativa. L’hockey su ghiaccio italiano è tornato in Serie A mondiale, il baseball ha raggiunto addirittura la semifinale del World Baseball Classic, l’equivalente del Mondiale della disciplina, mentre il softball continua a mantenere standard internazionali elevati. Il cricket, sport ancora marginale in Italia ma in forte crescita, ha partecipato ai Mondiali come una delle cinque nazionali europee presenti.

Persino il calcio femminile, pur con risorse enormemente inferiori rispetto al settore maschile, è oggi competitivo e ancora in corsa per qualificarsi alla prossima Coppa del Mondo 2027. E guardando al futuro olimpico, anche lacrosse e flag football hanno già ottenuto la qualificazione ai rispettivi Mondiali, segnale di un movimento sportivo italiano sempre più diffuso e capace di espandersi in discipline emergenti.

Per dovere di cronaca, esiste anche qualche eccezione. L’hockey su prato italiano non sarà ai Mondiali: la Nazionale femminile ha perso lo spareggio decisivo contro la Scozia, mancando un traguardo che avrebbe avuto valore storico. Ma si tratta di casi isolati all’interno di un contesto generale che resta largamente positivo.

Il punto centrale è proprio questo: mentre molti sport italiani stanno crescendo attraverso programmazione, sviluppo dei vivai, apertura internazionale e continuità tecnica, il calcio maschile sembra essersi fermato. O peggio, sembra rimasto intrappolato in un sistema che continua a vivere di rendita sulla propria tradizione.

Le difficoltà non riguardano soltanto la Nazionale, ma l’intera filiera. I settori giovanili producono meno talenti rispetto alle grandi rivali europee, gli spazi per i giovani italiani in Serie A restano limitati, le infrastrutture sono spesso obsolete e il dibattito calcistico nazionale continua a oscillare tra emergenze momentanee e nostalgie del passato. Nel frattempo, altri sport hanno imparato a lavorare in maniera più moderna e sostenibile.

Il paradosso è quindi evidente: proprio nel momento in cui lo sport italiano sta vivendo una delle fasi più floride della sua storia recente, il calcio maschile è diventato la vera pecora nera del sistema. Non per mancanza di risorse o di interesse popolare, ma perché è l’unico grande movimento nazionale che, invece di evolversi, continua a rincorrere il proprio passato.

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