Roland Garros
Stan Wawrinka: “Ho sempre cercato di spingere in là i miei limiti. La finale con Djokovic del 2015? Non la riguardo mai tutta”
Quella persa contro l’olandese Jesper de Jong (che, in tal modo, sarà l’avversario di Federico Cinà), è stata l’ultima partita di Stan Wawrinka al Roland Garros. “Stanimal, “Stan the Man”: l’hanno chiamato in tanti modi. Ma, a Parigi, i suoi ricordi volano inevitabilmente a quell’irreale finale del 2015 contro Djokovic, in cui alzò il proprio livello di tennis come forse mai in tutta la vita. In sala stampa ha racchiuso mille sensazioni, dagli anni d’oro all’ultimo ballo in terra transalpina (almeno per quel che concerne la terra rossa).
Sul supporto del pubblico: “Magnifico. Più di quello che mi sarei aspettato, finire con tutto questo supporto, questo affetto dalle persone. Questa è stata la ragione per cui ho giocato tanto a lungo“.
E poi, in merito ai suoi lunghi anni sul tour: “Non mi sono mai aspettato di arrivare tanto in alto nel tennis, ma non mi sono mami nemmeno posto limiti nella carriera. Ho sempre voluto di più. Sono sempre andato là fuori per fare di più, spingere in là i miei limiti, trovare la mia maniera di arrivarci. Sono felice e orgoglioso di quello che ho ottenuto negli anni. Non è mai facile dire addio a qualcosa che ami molto e a cui dedichi la carriera, e per questo è stato e sarà difficile salutare il Roland Garros“.
Un concetto, quello della passione per il tennis, ripetuto più volte nella conferenza stampa, e che va oltre il puro e semplice concetto dell’aver vinto tre Slam negli anni migliori della carriera. “Non mi sono mai visto come uno che voleva tentare di fare la storia del tennis, o raggiungere un certo livello, o vincere Slam e cose così. Per me è sempre stata una cosa circa me stesso, come potevo essere un giocatore migliore, come andare oltre i miei limiti, come battere i Big 4. Perché noi dovevamo battere quelli per vincere i grandi tornei“. E sulla finale contro Djokovic nel 2015: “Non la riguardo mai per intero, questo è sicuro. Delle highlights, per rendermi felice del mio tennis, del mio gioco. A volte guardo per pensare che posso rifarlo, ma non è semplice. Non importa quale livello tu abbia raggiunto e dove sia nella tua carriera, ma quando ci sei dentro devi vivere nel momento, devi fare il meglio che puoi in quel momento. […] In quel momento ero concentrato sul battere il numero 1 al tempo, il migliore di sempre, in una finale Slam, al Roland Garros, di cui avevo sempre guardato la finale prima. Quello è stato un momento speciale. Sapevo, quando entrai in campo, che avevo tutto per batterlo. Sapevo dov’era il mio livello. Nella mia testa confidavo di potercela fare, confidavo nel mio fisico e nel mio tennis“.
Inevitabile anche la domanda legata al rapporto con Federer: “Quando sono arrivato sul tour e Roger era lì, l’ho presa come una grande opportunità, una vera chance per un giovane giocatore svizzero, poter condividere il campo, gli allenamenti, condividere le conoscenze, imparare dal migliore. Era già numero 1, già al vertice, e poi c’era la possibilità di giocare insieme in Coppa Davis, alle Olimpiadi. Grazie a lui ho anche una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Riguardando indietro, per come vedo le cose in generale, sono una persona normalmente molto positiva, perciò vedo il lato positivo di tutto. E, per me, è stato bellissimo avere l’opportunità di arrivare sul tour e spendere vent’anni con Roger lì“.