Internazionali d'Italia

La storia di Andrea Pellegrino: tanta gavetta fino all’apice del Foro. E la top100 sarebbe un coronamento…

Giandomenico Tiseo

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Andrea Pellegrino / LaPresse

La favola del Foro Italico che ha consacrato Andrea Pellegrino non nasce all’improvviso. È il risultato di anni trascorsi lontano dai riflettori, di tornei Challenger giocati in provincia, di trasferte complicate e di una crescita costruita lentamente, quasi in silenzio. Per questo il successo contro Frances Tiafoe, numero 22 del mondo, non rappresenta soltanto l’exploit più importante della sua carriera: è il simbolo di un percorso di resistenza sportiva e personale.

Il 7-6 6-1 con cui il tennista pugliese ha conquistato gli ottavi di finale agli Internazionali d’Italia racconta molto più del punteggio. Racconta la maturità di un giocatore che, a 29 anni, ha imparato a trasformare la fatica in consapevolezza. Pellegrino non è mai stato un predestinato, né uno di quei talenti accompagnati fin da giovanissimi dall’etichetta di futuro campione. La sua carriera è stata invece una lunga gavetta, fatta di cadute, ripartenze e continui tentativi di trovare spazio in un circuito feroce.

Nato a Bisceglie il 23 marzo 1997, Pellegrino è cresciuto tennisticamente sulla terra battuta, superficie che ancora oggi valorizza le sue qualità migliori: solidità da fondo campo, intensità negli scambi e capacità di restare mentalmente dentro le partite. Negli anni ha costruito la propria identità soprattutto nel circuito Challenger, terreno spesso invisibile al grande pubblico ma fondamentale per chi sogna di arrivare stabilmente ai massimi livelli.

Uno dei primi momenti chiave della sua carriera arrivò nel 2021, quando vinse da wild card il Garden Open di Roma, conquistando il primo titolo Challenger. Un successo importante non soltanto per il ranking, ma soprattutto per la fiducia. Pellegrino iniziava infatti a intravedere la possibilità concreta di competere con continuità ad alto livello.

Anche il doppio gli ha regalato soddisfazioni significative. Nel 2023 conquistò il Chile Open insieme ad Andrea Vavassori, centrando il primo titolo ATP della carriera. Un risultato che certificava la sua crescita e la sua capacità di adattarsi a contesti diversi, senza però distoglierlo dall’obiettivo principale: emergere definitivamente in singolare.

Il vero salto di qualità, però, è maturato nel tempo, attraverso un percorso meno lineare di quanto possano suggerire i risultati. Lo stesso Pellegrino ha raccontato più volte di aver attraversato periodi complessi, segnati da dubbi profondi e dalla tentazione concreta di lasciare il tennis. La mancanza di stimoli, la pressione quotidiana e le difficoltà economiche e mentali che spesso accompagnano i giocatori fuori dall’élite lo avevano portato a interrogarsi sul proprio futuro.

La svolta è arrivata soprattutto sul piano mentale. Ritrovare serenità, equilibrio e piacere nel lavoro quotidiano gli ha permesso di compiere quell’ultimo passo che spesso separa i buoni giocatori da chi riesce davvero a competere nei grandi appuntamenti. La stagione 2025, in questo senso, è stata emblematica: il titolo Challenger conquistato a Perugia e le finali raggiunte a Genova ed Estoril hanno confermato una continuità tecnica e caratteriale mai avuta prima.

Il best ranking di numero 125 ATP, raggiunto nel marzo 2026, rappresenta oggi il punto più alto della sua carriera, ma non sembra più un traguardo definitivo. Anzi, il torneo romano potrebbe aver cambiato definitivamente la prospettiva. Perché battere un top player come Tiafoe sul Centrale del Foro Italico significa dimostrare a sé stessi, prima ancora che agli altri, di poter appartenere a quel livello.

La top-100, a questo punto, non appare più un sogno lontano. Sarebbe il coronamento naturale di una storia costruita senza scorciatoie, alimentata dalla perseveranza e dalla capacità di resistere quando tutto sembrava spingere nella direzione opposta. Ed è forse proprio questo l’aspetto che rende Andrea Pellegrino uno dei racconti più autentici del tennis italiano contemporaneo: la dimostrazione che, anche nell’epoca dei talenti precoci e delle carriere bruciate in fretta, esiste ancora spazio per chi arriva in alto passando dalla strada più lunga.

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