Roland Garros
I precedenti di Jannik Sinner al Roland Garros: dall’esordio al record di durata della finale
Jannik Sinner-Roland Garros: il rapporto che nel 2026 vuole diventare eterno. Lo Slam di Parigi è stato, in carriera, il secondo che ha disputato a livello di tabellone principale, il terzo comprendendo anche le qualificazioni, ma è anche quello che gli ha dato un mix di gioie e dolori rapidissimo, quasi come si sfogliassero le pagine di un romanzo dai mille colpi di scena.
Partiamo dall’inizio, cioè il 2020. Sinner arrivò a quel torneo dopo i guai alla schiena contro Khachanov agli US Open, il secondo turno contro Djere a Kitzbuhel e gli ottavi (con scalpo di Tsitsipas) a Roma, persi contro Dimitrov. Al primo turno, nel primo match mai disputato sui campi siti al Bois de Boulogne, fu catapultato direttamente sul Court Philippe Chatrier. Era un’edizione di settembre-ottobre, per via del calendario sconvolto dal Covid con tutte le dovute variazioni. E con pochissimi spettatori in grado di assistere al torneo, sotto strettissima regolazione (si scese da 11500 su tre campi a 1000 sullo Chatrier). Jannik trovò David Goffin, il belga allora numero 13 del mondo, ma giunto fino al numero 6 e capace dei quarti nel 2016. Ebbene, fu 7-5 6-0 6-3. Ma per Sinner, che aprì il programma della prima domenica sullo Chatrier e fu anche il primo a inaugurarlo nella sua nuova veste comprensiva di tetto retrattile.
Successivamente Sinner non ebbe problemi con il francese Benjamin Bonzi, allora numero 227 del mondo, ma che sarebbe poi diventato numero 42 nel 2023: 6-2 6-4 6-4. Poi l’argentino Federico Coria, terraiolo sì, argentino anche, fratello di Guillermo pure, ma che alle vette del Mago non si è mai neanche lontanamente avvicinato (pur giungendo, quello è vero, al numero 49 ATP nel 2023). Fu 6-3 7-5 7-5. La sfida successiva fu quella di Alexander Zverev. Il tedesco era allora già numero 7 del mondo, aveva vinto Roma nel 2017, poi anche in Canada (Montreal), Madrid e le ATP Finals. Ed era reduce dalla finale degli US Open, quella persa in virtù della rimonta dell’austriaco Dominic Thiem in un match dominato dalle emozioni. Si giocò sul Court Suzanne Lenglen (giornata assai italiana, con Martina Trevisan prima e Lorenzo Sonego dopo) e Sinner dominò i primi due set, poi vinse in quattro: 6-3 6-3 4-6 6-3. Zverev poi disse di esser andato in campo febbricitante, scatenando un’ondata di polemiche visto il periodo. Com’è come non è, arrivò la sfida con Rafael Nadal, il re del rosso. Si iniziò tardissimo, dopo le 22:00, non per via delle 5 ore di Schwartzman-Thiem, ma perché l’errore, grave, fu mettere Jabeur-Collins in testa al programma invece di lasciarla sul Lenglen. Com’è come non è, finì all’1:26, 7-6(4) 6-4 6-1 per Nadal con Jannik che fu per due volte avanti di un break, una nel primo e una nel secondo set. Mai prima di allora un match parigino era finito dopo la mezzanotte, ma quell’anno l’installazione dell’illuminazione artificiale fece la differenza.
Nel 2021 Sinner arrivò da numero 19 del mondo, che avrebbe potuto essere anche di più perché i ranking, causa Covid, funzionavano in modo particolare (e si sarebbero riallineati quasi definitivamente solo nel 2022). A quel tempo, una versione ancora men che ventenne, ma già forte, dell’altoatesino aveva raccolto vittoria a Melbourne 250, finale a Miami, semifinale a Barcellona e, a Montecarlo e Roma, era andato poco lontano perché al secondo turno trovò prima Djokovic e poi Nadal. Ma, al primo turno di Parigi, sul Lenglen, trovò Pierre-Hugues Herbert, già più dedito al doppio, ma ancora con una carriera in singolare attiva. E un tennis a volte complicato da gestire. La partita si complicò enormemente, perché si passò dal 6-1 all’avere un match point contro nel quarto set. Herbert lo sbagliò di rovescio, poi il match si ribaltò e finì 6-1 4-6 6-7(4) 7-5 6-4. Di seguito Jannik affrontò Gianluca Mager, nel miglior periodo della sua carriera con il suo tennis aggressivo da fondo, e lo batté 6-1 7-5 3-6 6-3, poi toccò allo svedese Mikael Ymer, sconfitto 6-1 7-5 6-3. Di nuovo, però, agli ottavi ci fu di nuovo Nadal, e stavolta fu 7-5 6-3 6-0 nel pomeriggio dello Chatrier. Ci fu un break di vantaggio nel primo set, poi il mancino di Manacor se ne andò. Sarebbe stata l’ultima volta dei due uno contro l’altro.
Cambio di scenario: 2022. Com’è noto, è l’anno più complicato di Sinner tra infortuni, Covid, cambio totale tecnico passando da Riccardo Piatti a Simone Vagnozzi e, in generale, difficoltà a poter avere una reale continuità. In questo contesto si inserì anche il Roland Garros. Esordio abbastanza comodo con l’americano Bjorn Fratangelo (6-3 6-2 6-3, poi un set ceduto allo spagnolo Roberto Carballes Baena (3-6 6-4 6-4 6-3), quindi il terzo turno con l’americano Mackenzie McDonald. Nonostante il 6-3 7-6(6) 6-3, si videro già dei problemi a un ginocchio, il sinistro. Negli ottavi, contro Andrey Rublev, il primo set fu tra i migliori dell’intero anno, senza che il russo potesse semplicemente fare nulla. Poi, già a inizio secondo, i problemi, una mobilità sempre più ridotta e poi, sul 6-1 4-6 0-2, il ritiro.
Nel 2023, invece, l’anno più amaro di tutti. L’avvicinamento era stato anche molto buono: finalmente niente più problemi fisici veri, un torneo vinto a Montpellier, finale a Rotterdam, semifinale a Indian Wells, finale a Miami, semifinale a Montecarlo. A Roma ci fu la giornata no con l’argentino Francisco Cerundolo, ma a Parigi accadde l’impensabile. Dopo un primo turno quasi di routine al ritmo di 6-1 6-4 6-1 con il francese Alexandre Muller, venne Daniel Altmaier. Il tedesco, che già tre anni prima aveva inflitto una sconfitta dolorosissima a Matteo Berrettini al terzo turno, si rese protagonista di un match inatteso e incredibile, da puro lottatore da terra rossa quale è sempre stato. Primo set vinto al tie-break, secondo perso al tie-break, terzo stravinto 6-1, poi il caos. 5-4, servizio e match point, dopo 3 ore e 43 minuti, parve fatta, ma Altmaier da cinque metri fuori prese il nastro e beffò Sinner a rete: diventò un diabolico passante vincente. Il tedesco vinse il tie-break, piazzò il break sul 3-3 nel quinto set, non riuscì a chiudere sul 4-5 (ironia della sorte, prima un altro nastro, ma italiano, e poi uno smash di Sinner), ma di nuovo poté servire sul 5-6. Match point, palle break, una racchetta buttata a terra da Jannik che è una rarità assoluta, e alla fine l’ace sulla T di Altmaier: dopo 5 ore e 26 minuti, sul Lenglen, 6-7(0) 7-6(7) 1-6 7-6(4) 7-5 a suo favore.
Il 2024, invece, vide l’italiano arrivare non carico, di più. Australian Open, Rotterdam, Miami erano già suoi. La terra non era stata però territorio di soddisfazioni, e a Roma ci si era messo di mezzo l’infortunio all’anca che lo aveva messo fuori gioco a Madrid. Niente Foro Italico e corsa per arrivare alle Serre d’Auteuil con una condizione valida. Intento per buona misura riuscito: 6-3 6-3 6-4 all’americano Chris Eubanks, 6-4 6-2 6-4 a un Richard Gasquet non lontano dall’addio, 6-4 6-4 6-4 al russo Pavel Kotov (bis di Madrid), 2-6 6-3 6-2 6-1 all’altro francese Corentin Moutet (in una sessione serale dai contorni particolari). E poi i quarti, quelli con Grigor Dimitrov. Due giorni prima Novak Djokovic aveva vinto una partita senza senso (e senza una gamba) contro Francisco Cerundolo, ma mandò direttamente in semifinale Casper Ruud per forfait. L’annuncio arrivò nel terzo set della sfida tra Sinner e il bulgaro. Jannik, in quel momento, era numero 1 del mondo. Glielo annunciò Fabrice Santoro, Le Magicien, l’uomo che faceva ammattire tutti con una racchetta in mano, nell’intervista successiva al 6-2 6-4 7-6(3). In semifinale, Carlos Alcaraz: il duello che già stava interessando non poco il tennis era sull’onda dell’equilibrio totale. Ma la svolta si ebbe nel quarto set, 5-4 Alcaraz, 30-15 Sinner. Uno smash facile sbagliato, il parziale perso e il murciano che scappò nel quinto e non si fece più riprendere, con un 2-6 6-3 3-6 6-4 6-3 che lo mandò prima in finale e poi a vincere.
Infine, il 2025. L’anno che è ancora presente nella memoria generale, per motivi molto ben noti. Per Sinner era il terzo torneo dell’anno dopo la vittoria agli Australian Open, i tre mesi di squalifica e la finale a Roma. Il percorso fu quasi stordente: 6-4 6-3 7-5 al francese Arthur Rinderknech, 6-3 6-0 6-4 a Gasquet che chiuse in questo modo la carriera da pro (in partite ufficiali), un 6-0 6-1 6-2 al ceco Jiri Lehecka che fu impressionante e spaventoso insieme, 6-1 6-3 6-4 a Rublev, quasi a ripagare quanto accaduto tre anni prima, e 6-1 7-5 6-0 al kazako Alexander Bublik, finalmente all’altezza dei suoi mezzi. Poi la semifinale con Novak Djokovic: tre set fieramente lottati, poco più di tre ore, ma 6-4 7-5 7-6(3) per Jannik. E, a quel punto, Sinner-Alcaraz. La prima volta di una finale Slam tra i due. Un’attesa spasmodica, allungata da una cerimonia preliminare. Primo set: 12 minuti di primo game, più tardi break Alcaraz, poi recupero e 6-4 Sinner. Secondo set: immediato allungo di Jannik, controbreak di Alcaraz sul 5-3, tie-break vinto 7-6(4) dall’italiano. 30 set Slam consecutivi. Terzo set: break Sinner, Alcaraz rientrò e lo vinse 6-4. Quarto set: break Jannik a zero sul 3-3, poi sul 5-3 tre match point, sui quali infinite discussioni ci sono state. Inatteso recupero di Alcaraz e tie-break ceduto 7-3. Quinto set: break immediato di Alcaraz, due chance mancate da Sinner sull’1-2, poi il controbreak a 15 sul 4-5 (e, per arrivarci, l’incredibile punto a rete sul 15-30). Poi il 6-5 30-30, e un punto vinto per chiunque che Alcaraz trasformò in modo ancora oggetto di domanda per tanti. E poi il super tie-break a 10, con sette punti uno più irreale dell’altro del murciano che lo vinse 10-2. Totale: 5 ore e 29 minuti, 4-6 6-7(4) 6-4 7-6(3) 7-6(2).
Si riparte da qui, da quell’8 giugno 2025 che gira ancora nella mente di tanti e che, inesorabilmente, aveva raccolto decine e decine di milioni di telespettatori nel mondo, in qualunque possibile maniera. Per completare il novero degli Slam e per entrare, una volta di più, nella leggenda.