Hockey ghiaccio

Hockey ghiaccio, Jukka Jalonen: “Ai Mondiali abbiamo avuto il problema del gol.

Michele Cassano

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Jukka Jalonen LaPresse

Dopo la fine del cammino ai Mondiali Top Division 2026, tradottisi purtroppo per l’Italia dell’hockey su ghiaccio nella retrocessione in Division I, tante cose sono già cambiate per il Blue Team. Jukka Jalonen non è più l’head coach degli azzurri.

Per lui scadenza naturale del contratto e, al netto di qualche trattativa iniziata per il rinnovo (pur con un risultato negativo sulle spalle, ndr), la volontà di tornare in Finlandia e intraprendere una nuova avventura.

Intervistato dal sito federale però, Jalonen ha parlato di quanto successo sul ghiaccio iridato e ha fotografato il movimento italiano hockeystico dicendo: “Ci sono tante considerazioni da fare sulla partita con la Slovenia, prima tra tutte quella che per noi era un back-to-back e per loro no (riferimento alla sconfitta contro la Slovenia per 1-5, dopo che l’Italia aveva giocato il giorno prima con la Danimarca, la Slovenia due giorni prima con il Canada ndr) e questo sposta alla lunga. Siamo partiti bene, ho visto un buon approccio testimoniato anche dal momentaneo vantaggio, sembrava che la partita fosse nelle nostre mani. Poco dopo il gol di Pietroniro abbiamo giocato un brutto power play e da lì è cambiato tutto. L’1-1 e il 2-1 nel giro di neanche due minuti ci hanno fatto perdere focus e confidenza, il 3-1 incassato a 6” dall’intervallo di fatto ha spento la luce. È stata la prima volta nel Mondiale in cui la squadra ha perso la disciplina necessaria per giocare a questo livello, e non parlo solo delle penalità spese ma anche del modo giocare i penalty killing, che sin lì erano stati ben fatti. Credo quindi che la sconfitta di lunedì sia arrivata soprattutto per due fattori: uno mentale, l’altro pratico cioè i problemi che abbiamo avuto per tutto il torneo a segnare”.

Sui Mondiali 2026 commenta in generale: “Pur con pochi gol segnati siamo quasi sempre rimasti in partita anche contro avversarie molto più forti. A livello fisico la squadra mi è piaciuta, tante volte siamo cresciuti di periodo in periodo arrivando a giocare dei terzi tempi molto buoni. Per questo credo che abbia aiutato il lungo raduno fatto insieme (un mese esatto, dal 13 aprile con il ritrovo a Bolzano al 13 maggio con la partenza per Friborgo ndr) perché un torneo come il Mondiale Top Division è molto esigente, per di più se non sei una squadra di prima fascia: le “big”, come la Finlandia quando la allenavo, giocano le sette partite del girone in 12 giorni, noi lo abbiamo fatto in 10. Nonostante questo la squadra ha retto, e con la Danimarca avrebbe assolutamente meritato di vincere. Ancora una volta ci siamo scontrati con il problema di fare gol”.

Un “consiglio” per il futuro a un suo potenziale successore, ricordando che al momento non vi è ancora un nome: “Prima di tutto che si trova già a disposizione uno staff di alto livello, ho avuto modo di lavorare al meglio con tutti i miei collaboratori e penso che si possa continuare con loro senza ripartire da zero. Altrettanto importante è girare, vedere le partite e conoscere i giocatori: durante la mia prima stagione quasi 50 ragazzi sono scesi sul ghiaccio con la maglia dell’Italia, ho voluto dare un’opportunità a tutti perché da allenatore di una nazionale serve conoscere al massimo il movimento. E il movimento italiano ha tante gemme nascoste solo da trovare”.

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