Ciclismo
Da Tiberi a Pellizzari: la ricerca del ‘nuovo Nibali’ e corridori smontati dal peso delle aspettative
Forse non tutti se ne sono accorti, ma l’Italia è diventata nel ciclismo ciò che la Francia è stata negli ultimi 40 anni. I ‘cugini’ d’Oltralpe non vincono un Tour de France dal 1985 (il quinto ed ultimo di Bernard Hinault), un Giro d’Italia dal 1989 (Laurent Fignon) ed una Vuelta di Spagna dal 1995 (Laurent Jalabert). Insomma, intere generazioni si sono abituate a veder festeggiare gli altri, italiani compresi. Adesso la storia potrebbe radicalmente cambiare con il nuovo astro nascente Paul Seixas. Un po’ come accaduto con l’Italia nel tennis, che ha trovato Jannik Sinner dopo mezzo secolo di buio.
Il Bel Paese non vince un Grande Giro ormai da 10 anni: ci riuscì Vincenzo Nibali nel 2016 alla Corsa Rosa. L’ultimo podio risale invece al 2021, quando Damiano Caruso giunse secondo al Giro d’Italia alle spalle di Egan Bernal. Da un decennio è in atto ormai la ricerca del fantomatico ‘erede di Nibali’. Un’etichetta che purtroppo si sta rivelando compromettente per la carriera di diversi corridori.
Diciamolo chiaramente: i risultati stellari di quella che OA Sport ha definito l’Epoca d’Oro dello sport tricolore sono inversamente proporzionali a quelli delle discipline più storiche e popolari per il Bel Paese, ovvero calcio e ciclismo. Nelle due ruote è in atto purtroppo un declino che non accenna ad arrestarsi. Squadre giovanili (che spesso sopravvivevano grazie all’imprescindibile opera di volontari) che spariscono, Professional sempre più schiacciate da un sistema cannibalizzato dalle compagini ‘development’ delle corazzate World Tour, grandi sponsor nazionali poco attratti ad investire sia per la mancanza di campioni sia per i fantasmi lontani, ma mai del tutto dissolti, relativi al doping. Morale della favola: abbiamo sempre meno squadre, meno praticanti, meno corridori. E quei pochi sono costretti ad emigrare, spesso sin da ragazzini. E quei pochissimi che sembrano possedere un tasso di talento superiore alla norma devono fare i conti con la responsabilità enorme di rilanciare a suon di risultati un movimento agonizzante e alla disperata ricerca di un Messia, che sia ‘il nuovo Nibali’ o semplicemente ‘il Sinner del ciclismo’.
Sono tante le similitudini tra Antonio Tiberi e Giulio Pellizzari. Dopo il 5° posto al Giro d’Italia 2024, Tiberi si presentò nell’edizione successiva con l’ambizione di salire sul podio. Invece andò alla deriva e concluse 17° a quasi 50 minuti! Sì, cinquanta. Da allora non si è mai veramente ripreso. A luglio si presenterà al Tour de France, ma il timore di una carriera al servizio dei capitani è forte. Pellizzari nel 2025 giunse sesto al Giro e sesto alla Vuelta, in entrambi i casi da gregario. Nel suo caso le attese erano probabilmente anche maggiori rispetto a Tiberi. Quest’anno era salito sul podio alla Tirreno-Adriatico, aveva vinto il Tour of the Alps. Insomma, si confidava realisticamente in un podio. Invece la sua Corsa Rosa si è trasformata in un incubo: dall’errore di seguire Jonas Vingegaard sul Blockhaus, alla crisi di Corno alle Scale dovuta ad un virus, fino al definitivo crollo di testa nella frazione elvetica con arrivo in salita a Carì. “Forse non era ancora pronto per questa responsabilità da capitano in una squadra così importante“, ci ha spiegato Riccardo Magrini nella sua ‘Fagianata’.
Sia Tiberi sia Pellizzari possedevano (e possiedono) qualità indiscutibili. Non hanno però quella corazza per respingere l’asfissiante peso delle aspettative e, forse, una responsabilità più grande di loro. Andrebbero (anzi, andavano…) protetti in maniera diversa. Ed è questo uno dei principali aspetti in cui più si avverte l’assenza di una squadra italiana nel World Tour. Nelle compagini estere i ritmi sono frenetici, sei quasi costretto a dimostrare tutto e subito. In caso contrario rischi una onesta carriera da gregario al servizio dei capitani, comunque remunerativa, ma non di certo gratificante per chi sogna (o sognava) di comparire negli almanacchi.
L’Italia, probabilmente sempre più ingorda per i risultati strabilianti in tennis, F1, MotoGP, volley, atletica, nuoto, sci alpino, sport invernali, etc, etc, etc, agogna ardentemente un nuovo fenomeno nel ciclismo. E si illude di averlo trovato al primo soffio di vento. Se l’ancor fragile Pellizzari è già stato accantonato nell’immaginario collettivo, adesso ci si aggrappa a Davide Piganzoli come nuovo candidato a Messia. Dimenticando che un conto è raggiungere un discreto piazzamento da gregario, un altro invece affrontare un Grande Giro con i gradi di capitano. Eppure è proprio quanto accaduto a Pellizzari…
A chi toccherà adesso l’investitura a ‘nuovo Nibali’? Risposta scontata: Lorenzo Finn. Dopo aver vinto i Mondiali juniores e U23, lo si invoca come Salvatore della Patria. L’auspicio è che, memori delle recenti e cocenti batoste, almeno con lui si voli basso. Le etichette si applicano su risultati concreti e ripetuti tra i professionisti, non in base a potenziali speranze o exploit isolati.