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Carlos Alcaraz parla chiaro: “Non sono intenzionato a diventare schiavo del tennis”

Giandomenico Tiseo

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Carlos Alcaraz / IPA Sport

Il momento più delicato della carriera di Carlos Alcaraz arriva forse proprio quando tutto sembrava essersi incastrato alla perfezione. La vittoria agli Australian Open, il Career Grand Slam completato a soli 22 anni, l’ennesima consacrazione di un talento generazionale. Poi, improvvisamente, lo stop: il problema al polso, la rinuncia al Roland Garros e una pausa forzata che ha interrotto la sua corsa.

In questo contesto assumono un peso diverso le parole affidate a Vanity Fair, un’intervista che va oltre il tennis e restituisce il ritratto di un ragazzo alle prese con le conseguenze di una fama arrivata prestissimo. Alcaraz non nasconde il fascino della vita che sta vivendo, ma lascia emergere anche il prezzo pagato quotidianamente per restare ai vertici.

So che sto vivendo una vita da sogno, la vita che ho sempre sognato, ma a volte vorrei avere più tempo per me stesso, per fare le cose che farebbe un ventiduenne“, racconta lo spagnolo. È una riflessione che si lega inevitabilmente agli ultimi mesi, segnati da ritmi esasperati e da un fisico che ha presentato il conto. “Cerco di non pensare ai 12 o 15 anni di carriera che mi restano perché mi opprime. Non voglio nemmeno finire per condurre una vita monotona che mi renda schiavo del tennis“.

Dietro il campione che domina le finali Slam c’è dunque un atleta che prova a trovare equilibrio tra ambizione e normalità. Non è un caso che Alcaraz insista soprattutto sull’aspetto mentale, tema diventato centrale nel tennis contemporaneo. “Ci sono state volte in cui non mi sono fermato a riposare e questo mi ha portato a giocare male, a infortunarmi. Credo che prendersi cura della propria salute mentale sia altrettanto importante, se non di più, che prendersi cura del proprio corpo“.

Carlitos descrive anche il peso dell’esposizione continua. La popolarità globale conquistata negli ultimi anni ha trasformato ogni gesto in qualcosa da controllare e misurare. “Credo che oggigiorno dobbiamo stare molto più attenti a ciò che diciamo e facciamo. È stressante perché bisogna pensare a cosa si fa, quando lo si fa e dove ci si trova in ogni momento“. E ancora: “Come esseri umani, abbiamo giorni buoni e giorni cattivi. A volte ci svegliamo senza voglia di fare niente, ma dobbiamo comunque presentarci“.

Nell’intervista trova spazio anche il rapporto con Jannik Sinner, l’altra faccia della nuova era del tennis mondiale. Alcaraz racconta una rivalità intensa ma priva di tossicità, lontana dalle narrazioni esasperate del passato. “Stiamo dimostrando al mondo che possiamo scendere in campo e dare il massimo, cercare di batterci, e poi fuori dal campo siamo solo due ragazzi che vanno molto d’accordo“. Lo spagnolo riconosce come il confronto con l’azzurro stia alzando il livello di entrambi: “Ci aiutiamo a vicenda a tirare fuori il meglio“. Allo stesso tempo, però, ammette quanto sia complicato costruire una vera amicizia quando si compete costantemente per gli stessi obiettivi: “Avere una profonda amicizia è complicato. È possibile, ma è un processo lungo“.

Infine c’è il tema dell’eredità sportiva, inevitabile per chi viene indicato da anni come l’uomo destinato a raccogliere il testimone dei Big Three. Alcaraz non nasconde di guardare ai record, ma lo fa con una prospettiva personale più che storica. “Ci sono record che voglio raggiungere e che sto perseguendo, ma più che altro per quando potrò guardare indietro alla fine della mia carriera e vedere cosa ho fatto“. E aggiunge: “È bello vedere il proprio nome in certi posti, ma io cerco sempre di mantenere il mio stile. Non ho copiato nessuno. La gente sa già che sono Carlos Alcaraz“.

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