Calcio
Julio Velasco perentorio: “Lamine Yamal non giocherebbe in Italia, qui i giovani non piacciono”
C’è un filo che lega le difficoltà recenti del calcio italiano – culminate con la terza mancata qualificazione ai Mondiali – a un tema più ampio e radicato: il rapporto del Paese con i giovani e con il talento. Non si tratta soltanto di risultati sportivi, ma di un approccio culturale che attraversa ambiti diversi, dallo sport alla scuola, fino al mondo del lavoro. È in questo contesto che si inseriscono le parole di Julio Velasco, intervenuto all’evento “Il Foglio a San Siro” a Milano, offrendo una riflessione lucida e, per certi versi, scomoda.
Velasco, oggi allenatore della Nazionale femminile di pallavolo, ha affrontato il tema senza giri di parole: “Noi crediamo poco ai nostri giovani, sono sempre meno degli altri“. Una frase che fotografa una percezione diffusa e che trova riscontro anche nel dibattito sul calcio italiano, sempre più interrogato sulla capacità di far emergere nuovi talenti.
Il passaggio più emblematico del suo intervento riguarda il confronto con l’estero, in particolare con quei contesti dove i giovani vengono lanciati con maggiore coraggio: “Mi hanno chiesto se Lamine Yamal avrebbe giocato se fosse in Italia. Io ho risposto di no“. Una provocazione solo apparente, che Velasco argomenta con una riflessione precisa: “Il problema è che non ci piacciono questo tipo di giocatori, i giovani. Dei giovani vediamo solo i difetti: se sbaglia, è perché è giovane. Se sbaglia un esperto, succede. Così è difficile“.
Il nodo, dunque, non è soltanto tecnico o tattico, ma culturale. L’errore, elemento inevitabile nel percorso di crescita, viene interpretato in modo diverso a seconda dell’età di chi lo commette. Nel caso dei giovani, diventa una conferma dei loro limiti; per i più esperti, invece, resta un episodio isolato, quasi fisiologico. Questo squilibrio finisce per incidere sulle opportunità e, soprattutto, sulla fiducia.
Ma è nella riflessione finale che emerge il cuore del problema: “Io credo che in Italia i giovani non piacciono, in generale. Il giovane deve dimostrare tre volte il suo valore rispetto al giocatore esperto, quando dovrebbe essere il contrario“. Un’affermazione che ribalta la logica teorica dello sviluppo: chi è all’inizio dovrebbe poter contare su maggiore tolleranza e fiducia, mentre da chi ha esperienza ci si aspetta continuità e affidabilità. Un passaggio che sposta il discorso dal piano sportivo a quello sociale, suggerendo come la criticità non sia circoscritta a un settore, ma affondi le radici in un atteggiamento diffuso.