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Basket: è morto Oscar Schmidt, la Mao Santa leggenda del Brasile e di Caserta
Oscar Schmidt non c’è più. A 68 anni se n’è andato colui che, al di là di ogni possibile evoluzione del basket, può senza ombra di dubbio essere definito il più grande giocatore che il Brasile abbia mai avuto. La Mao Santa del basket lascia un grande vuoto, oltre a una famiglia sempre molto legata allo sport (Bruno Schmidt è uno dei maggiori giocatori di beach volley della sua generazione, e il fratello Tadeu è stato ed è validissimo giornalista).
Nato a Natal il 16 febbraio 1958, Oscar ha potuto contare su una longevità enorme, una carriera durata ben 26 anni e 5 Olimpiadi, da quelle di Mosca 1980 a quelle di Atlanta 1996. In campo maschile, lo hanno eguagliato solo Teo Cruz, Andrew Gaze, Juan Carlos Navarro e Luis Scola. Cresciuto nel Palmeiras, fu già talmente forte a 19 anni da entrare nella Nazionale brasiliana, quella che nel 1978 vinse il bronzo ai danni dell’Italia ai Mondiali con un tiro di Marcel da distanza siderale mentre gli azzurri avevano commesso il gravissimo errore di aver considerato già chiusa la partita.
Tale fu il rendimento che Claudio Mortari, una delle figure maggiori del Brasile di allora, lo volle portare al Sirio, che tra gli Anni ’70 e ’80 dominava la scena nel Paese. Fu però nel 1982 che tutto per lui cambiò radicalmente: fu Boscia Tanjevic a farlo portare, tramite Giancarlo Sarti, alla Juvecaserta. Il club bianconero era allora ancora in A2, ma con il suo aiuto arrivò la promozione in A1 mentre, contestualmente, veniva inaugurato quello che oggi è il PalaMaggiò.
Con lui, Nando Gentile, Vincenzo Esposito e non solo Caserta arrivò ai più grandi traguardi della storia. Finale scudetto nelle stagioni 1985-1986 e 1986-1987, finale di Coppa Korac nell’annata 1985-1986. In quelle occasioni era sempre uscita sconfitta la squadra bianconera, in un caso dall’Olimpia Milano e nell’altro dal Bancoroma, in ambienti di un calore che ai tempi era possibile trovare quasi solo in Italia. Il primo trofeo lo portò a casa nel 1988, con la Coppa Italia vinta su Varese. Non fece in tempo, però, Oscar, a vivere lo scudetto casertano.
Successe che, secondo quanto Oscar stesso raccontò nella celebre serie Rai Scugnizzi per sempre, fu Sandro Dell’Agnello, il capitano di Caserta, ad avanzare l’idea di una Juve senza Oscar. L’idea prese piede, e la stagione 1990-1991 vide ai nastri di partenza come stranieri Charles Shackleford e Tellis Frank, ma non lui, la Mao Santa. Che finì a Pavia, sotto Tonino Zorzi. Banalmente, se Oscar prima segnava trenta punti a partita come se fosse uno scherzo, se prima segnava da tre come fosse ancora di più uno scherzo, a Pavia (dove poi ebbe anche come coach un giovane Attilio Caja) fu letteralmente inafferrabile. Volava, e i 40 punti a gara erano sfondati come niente. Finì la carriera tra Valladolid e il suo Brasile, con il Corinthians, poi a Baureri e poi con il Flamengo.
Di tutto quello che s’è citato prima si è lasciato fuori, volutamente, un capitolo, perché ci sono mille intrecci. Oscar l’ha anche raccontato: il contatto col Real Madrid c’era stato, eccome se c’era stato. Solo che Maggiò, l’uomo che tanto fortemente lo aveva voluto, puntò i piedi senza neanche pensarci due volte e riuscì a tenerlo a Caserta. Che, poi, il Real lo affrontò davvero. Finale di Coppa delle Coppe 1988-1989, una delle più grandi partite di tutta la storia della pallacanestro europea. Real Madrid da una parte, Snaidero Caserta (al tempo quello era lo sponsor) dall’altra. Da un lato Drazen Petrovic, 62 punti. Dall’altro Oscar Schmidt, 44 punti, e Nando Gentile, 32 punti. Una finale leggendaria, giocata al Pireo, che Caserta pareggiò all’ultimo. Poi le discussioni infinite sul fallo-non fallo su Gentile e l’overtime. Tutto ancora oggi ampiamente rintracciabile con il commento di Sergio Tavcar per Koper Capodistria.
Non abbiamo parlato nemmeno troppo di cifre. Forse perché non ha particolarmente senso raccontarle: oltre i 30 punti a partita (e di tanto) in quasi tutte le sue stagioni italiane, e anche a ben oltre quarant’anni quando in Brasile ancora la sua mano da tre semplicemente volava, inafferrabile come ai tempi belli dell’Italia, dove un tiratore del genere non si era mai visto e forse non è mai più stato visto. E dove non è miglior realizzatore della storia del campionato solo perché Antonello Riva, dopo enormi sforzi, riuscì a raggiungerlo e superarlo. Ma, in totale, ha chiuso la carriera a 49.973 punti realizzati. Tantissimi, e ci è voluto LeBron James per superare quei numeri. Inevitabile, poi, che sia stato incluso nella Hall of Fame, quella intitolata a James Naismith. A Caserta hanno ritirato la sua maglia numero 18, a Pavia la 11 e al Flamengo la 14.
A Caserta Oscar è tornato più volte, e tutte le volte è stato accolto da re. Ci è tornato per l’ultima volta nel 2023, a margine di una partita della Juve contro Roseto in Serie B, dove il club tuttora milita (lottando per risalire in A2). Ha lottato ovunque: nel suo sport, ma anche nella politica (corse per i progressisti da sindaco di San Paolo nel 1998, senza però ottenere la carica). E nella vita, perché nel 2011 si intervenne per rimuovergli un tumore al cervello, solo che due anni dopo la chemioterapia dovette eseguirla comunque. E, proprio per le complicazioni di quella neoplasia, oggi ci ha lasciati. E quello che ci lascia è un uomo che, in tutti i suoi anni, ha sempre dimostrato di avere una grande anima.