Ciclismo

Paolo Bettini: “Ciclismo italiano allo sbando e senza sistema. Coppa Italia importante per riportare visibilità”

Francesca Cazzaniga

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Paolo Bettini / Olycom

Paolo Bettini parla di ciclismo con la lucidità di chi lo ha vissuto in ogni sua forma: da due volte campione del mondo, oro olimpico, due volte vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi, due Giri di Lombardia e una Milano-Sanremo, da uomo squadra e da commissario tecnico. Dalla rinascita del calendario italiano con la Coppa Italia delle Regioni grazie al contributo dell’onorevole Roberto Pella, alle grandi Classiche, passando per i giovani talenti azzurri e le criticità strutturali del movimento, il toscano classe 1974 non si nasconde. Pogacar resta un fenomeno capace di tutto, ma la Milano-Sanremo è un rebus che non perdona; Ganna ha le carte giuste per scrivere la sua pagina di storia; Pellizzari può sognare il podio al Giro. E sul ciclismo italiano Bettini è diretto, a tratti amaro: senza sistema, senza grandi squadre e senza una visione moderna, l’appeal si perde. Ma la strada per ripartire, secondo lui, esiste ancora e passa dalle corse, dai territori e dal coraggio di cambiare.

La Coppa Italia toccherà ben 17 Regioni nel 2026: quanto può essere utile per far emergere giovani corridori italiani?
“L’idea di rimettere in piedi un calendario italiano che stava progressivamente scomparendo è un’ottima operazione. Tante gare soffrivano a causa del calendario internazionale, e questo aveva penalizzato il movimento. Avere corse in Italia, inserite in un calendario solido e ben definito, è fondamentale: permette anche a molte squadre italiane di partecipare e di mettersi in mostra con i propri corridori. Un progetto come la Coppa Italia garantisce soprattutto alle squadre Continental una sicurezza in termini di giorni di gara, e quindi maggiori opportunità di visibilità”.

Tadej Pogacar sta puntando tutto sulla Milano-Sanremo: pensi che questa volta farà il vuoto sulla Cipressa e arriverà da solo?
“Quando si parla di Pogacar si dice sempre che può vincere tutto, ed è vero. Però la Milano-Sanremo resta la Classica più incerta di tutte. È una corsa imprevedibile: Pogacar può fare qualsiasi cosa, ma potrebbe anche non vincerla mai in carriera, come è successo a Sagan nonostante fosse una gara perfetta per lui. La Sanremo è un’incognita totale, a partire dalle condizioni meteo, soprattutto il vento. Tadej è sicuramente uno dei grandi favoriti, ma non l’unico: Van Aert, Van der Poel e anche Milan sono corridori che possono puntare alla vittoria”.

Filippo Ganna può pensare di vincere una Sanremo o una Roubaix, oppure in questa era con Pogacar e Van der Poel sono imprese fuori portata?
“Filippo è arrivato secondo per due anni consecutivi alla Sanremo: è una corsa che è pienamente nelle sue corde, gli manca solo l’attimo giusto. È uno di quei corridori che può vincerla. Anche la Roubaix è molto adatta alle sue caratteristiche, più del Fiandre”.

Giulio Pellizzari per la prima volta al Giro da capitano insieme a Hindley. Tolti Vingegaard e Almeida, te lo aspetti in corsa per il terzo posto?
“Giulio deve puntare al podio, poi sarà la strada a dire come starà davvero e quali saranno le gerarchie in squadra. Prima verranno definite all’interno del team, poi in classifica. Al Giro troverà avversari importanti come Vingegaard, anche se credo che Jonas sulle strade italiane non sarà così dominante come al Tour: il Giro è una corsa diversa, sotto certi aspetti più insidiosa. Pellizzari ha le qualità per puntare al podio, è nella squadra ideale e ha tutte le carte in regola per provarci”.

Lorenzo Finn può essere il nuovo Bettini o lo vedi più adatto alle corse a tappe?
“Il ciclismo moderno propone talenti diversi. Finn lo vedo molto adatto alle Classiche: non so cosa potrà fare sulle tre settimane, e probabilmente non lo sa nemmeno lui finché non ci proverà. Al momento lo immagino più su corse come Liegi, Fiandre e Sanremo. È un corridore che sa leggere bene le gare di un giorno e interpretarle nel modo giusto”.

Nella tua carriera hai vinto praticamente tutto. Forse l’unico rimpianto è non averci provato e creduto prima con il Giro delle Fiandre?
“No, e lo dico con sincerità. Quando ero alla Mapei ed ero giovane scalpitavo per fare il Fiandre, ma oggi, ripensandoci, con quella squadra e con quei compagni non si poteva fare tutto. C’era una distribuzione precisa dei ruoli: uomini da Classiche del Nord e uomini da Grandi Giri. Io ero tutelato per la seconda parte delle Classiche, Amstel, Freccia e Liegi, e venivo tenuto fuori dal gruppo che preparava il primo blocco. Ho corso il Fiandre più tardi, con una maturità diversa e con un corridore come Tom Boonen in squadra. Era giusto rispettare le gerarchie”.

Se invece potessi tornare indietro, c’è qualche scelta che oggi faresti diversamente da ct?
“No, perché il lavoro fatto è stato onesto e svolto con grande passione. Non ho rimpianti. Sicuramente la caduta di Nibali al Mondiale di Firenze 2013 ha condizionato il finale: avremmo potuto giocarci il titolo con Purito Rodriguez. L’altra medaglia che mi è rimasta un po’ sullo stomaco è quella del 2012 con Pinotti: Marco aveva ricostruito la cronometro italiana, non era Ganna, ma ci credeva tantissimo e in quel Mondiale era terzo al secondo intertempo prima della caduta con conseguente frattura alla clavicola. Quindi nessun rimpianto, ma dispiace quando certe corse non sono andate nel verso giusto, ma lo sport è questo”. 

Alla presentazione della Coppa Italia delle Regioni 2026 c’è stato un momento commovente, con i video di tutti i campioni del mondo italiani. Siamo però fermi al 2008. Questo ha contribuito a far diventare il ciclismo uno sport con poco appeal in Italia?
“Non abbiamo grandi squadre World Tour e questo significa avere corridori italiani in formazioni straniere. Oggi ci sono meno italiani al via delle grandi corse e spesso fanno i gregari, lavorando per altri capitani senza spazio personale. Quando correvo io, il Mondiale lo si conquistava sgomitando tutto l’anno per la convocazione. Oggi non è più così: l’Italia non è più ai vertici del ciclismo mondiale. In Federazione dicono che va tutto bene, ma non è vero. Non c’è più un sistema, siamo allo sbando. La Lega, grazie anche all’impegno dell’onorevole Roberto Pella, sta facendo un lavoro importante per riportare attenzione sul ciclismo, ma non ha peso nella scelta del presidente federale. Oggi una squadra è un’azienda, non si crea più con gli amici imprenditori. Bisogna ricreare le corse, renderle moderne (come fa Pozzato con il suo Team della PP Sport Events), perché generano indotto ed economia. L’Under23 è una categoria che non aveva più senso di esistere e lo dissi già anni fa quando ero ct: l’Italia è stata l’ultima ad adeguarsi e intanto sono scomparse realtà storiche come la Zalf. Le nostre eccellenze lavorano all’estero, dai corridori agli staff”. 

Cosa ti aspetti da Ayuso alla Lidl-Trek?
“Ayuso è un ragazzo non semplice da gestire per il carattere. Cambiare squadra può fargli bene e alla Lidl-Trek ha una grande opportunità: è una squadra che crede in lui, quindi adesso non ci sono più scuse; vedremo come andrà quest’anno”.

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