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Rugby, Menoncello: “L’Italia non è più una sorpresa. Ora vogliamo dimostrare chi siamo”

Duccio Fumero

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Menoncello / IPA Agency

Tommaso Menoncello parla come chi ha già attraversato il fuoco e ora non teme più lo sguardo degli altri. Nell’intervista concessa al Midi Olympique, il periodico di rugby transalpino, il centro azzurro disegna il perimetro di un’Italia che ha smesso di sopravvivere e ha iniziato a pretendere. “Sono convinto che potremo disputare il miglior Sei Nazioni della nostra storia”, dice, con una sicurezza che non è arroganza ma consapevolezza. L’Italia, spiega, non è più la nazionale rassegnata di due o tre anni fa: oggi è una squadra rispettata, una squadra che non entra più in campo per non perdere. Merito anche della guida di Gonzalo Quesada, giovane nel senso più anagrafico del termine, ma soprattutto capace di portare una mentalità più vicina ai giocatori, aggiungendo velocità, corsa e ambizione a un gioco che ora vuole osare.

Al centro del campo, e del progetto, Menoncello riflette anche sul presente più intimo, quello delle scelte tattiche e delle affinità umane. L’intesa con Nacho Brex è una certezza granitica, una geometria che si ripete con naturalezza. “Quando gioco con lui preferisco essere il primo centro”, confessa, perché sa di potersi fidare della solidità difensiva e dell’intelligenza del compagno. Ma quando Brex non c’è, Menoncello accetta la responsabilità di spostarsi da numero 13, pensando già al domani della nazionale. È lì che sente di poter crescere, senza rigidità, con la maturità di chi sa che il futuro si costruisce anche adattandosi. E quando si guarda allo specchio, Menoncello non si nasconde: si considera tra i migliori centri dell’Emisfero Nord, ma non ancora del mondo. È lì che vuole arrivare, perché sente di non aver ancora mostrato tutto. Il meglio, giura, deve ancora venire.

Il presente, intanto, passa da Treviso, dalla maglia della Benetton, dove la stagione in URC ha lasciato più rimpianti che sorrisi. “Non siamo soddisfatti”, ammette senza giri di parole: troppe sconfitte, pochi bonus, occasioni mancate. Eppure, la corsa playoff è ancora aperta e l’obbligo morale è quello di provarci fino in fondo, anche davanti a un calendario che non fa sconti. In Challenge Cup, invece, il vento soffia a favore: tre vittorie, un cammino solido e un obiettivo chiaro, arrivare alla fase a eliminazione diretta con il vantaggio di giocare il più possibile davanti al proprio pubblico.

Poi c’è lo sguardo che va oltre, verso il Top 14, verso quel futuro che bussa ma non pretende ancora di entrare. Le voci su La Rochelle e sui grandi club francesi non lo distraggono: “Non ho ancora firmato con nessuno”, chiarisce, con la serenità di chi sa che il tempo è un alleato. Le offerte, se arrivano, sono una conferma del percorso intrapreso, non un traguardo.

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