Boxe
Giovanni De Carolis: “Il pugilato mi ha dato più di quanto mi ha tolto. Senza testa non si diventa campioni”
Giovanni De Carolis è stato Campione del Mondo WBA dei pesi supermedi nel 2016 ed è stato l’ultimo italiano a conquistare la corona iridata per una delle quattro sigle di riferimento della boxe internazionale. Il 41enne romano ha appeso i guantoni al chiodo il 9 marzo 2024, quando perse contro Kevin Lele Sadjo nel match valido per il titolo europeo, e da gennaio ricopre il ruolo di Direttore Tecnico della Nazionale Italiana.
Giovanni De Carolis sarà uno dei protagonisti di Fighters, docuserie di Amazon Prime Video, e ne ha parlato a OA Focus, trasmissione del canale YouTube di OA Sport: “Lavoro da tanto tempo in palestra e ho a che fare con i ragazzi, fanno tante domande, come io le facevo da giovane. Arrivato a un punto della carriera sentivo la necessità di raccontare la mia esperienza, per dare degli strumenti e fare capire alcune problematiche e come superarle. Quando mi è stato proposto di raccontarmi attraverso questa docuserie ho capito che era la strumento giusto“.
L’ormai ex pugile ha raccontato i suoi esordi: “Quando ho iniziato, mettendoci tanta passione, c’erano tante aspettative. Tutti i giorni ti sentivi bene e la prima sconfitta (contro Maksym Bursak, il 14 giugno 2008 per il titolo IBF Youth dei medi, n.d.r.) è stata una doccia fredda, ogni aspettativa è stata sgretolata. Non ero pronto mentalmente. Lì si parla di sostanza, anche se mi ero allenato al massimo non ho padroneggiato la testa nel mio primo combattimento. Quella è stata una grande lezione, mi sono detto che non ero pronto nella testa, ho capito quanto era importante il pilota oltre alla macchina“.
Il 41enne si è soffermato su un paio di aspetti fondamentali per la pratica della nobile arte: “Un pugile talentuoso senza testa non diventa un campione, un pugile bravo che ha una grande testa ha molte possibilità in più. La testa è importante al 70%: un pugile determinato che riesce a portare a casa il piano è più insidioso di un pugile ben allenato, ma insicuro. Il combattimento è qualcosa di primordiale, dove ci vuole un forte controllo e l’allenamento aiuta ad avere quella consapevolezza. Ho paura quando salgo sul ring? Sì, ci deve essere. Quando si ha paura si mette la massima concentrazione nel non sbagliare, non è normale”.
Il DT dell’Italia ha parlato anche di una svolta della propria carriera: “Loro (si riferisce agli allenatori, n.d.r.) sono delle figure per me fondamentali, sono arrivate nel momento giusto nella mia vita e non sono più uscite. Dopo quell’incontro non avevo l’intenzione di fare il pugile al 100%, la loro capacità di prendermi e di rimettermi in sesto mentalmente. I miei maestri Italo e Luigi sono riusciti a cogliere il modo giusto per tirarmi su, per non abbattermi: lo fanno in un modo così particolare e lo sono per tanti ragazzi che entrano in palestra. Sono una figura paterna, mi hanno permesso di diventare prima uomo che pugile. Potrei raccontare tantissimi aneddoti, che per me ancora oggi sono delle nozioni importanti e li uso con i ragazzi a cui insegno. Con loro potrei combattere contro chiunque, con la loro fiducia potrei andare contro chiunque”.
L’ex Campione del Mondo racconta anche di quando ha costruito una palestra: “Andai in una palestra nella periferia di Roma, dove c’erano gli attrezzi vecchi della Panatta degli anni ’80-’90, sono andato là con un furgoncino da edilizia, li ho portati dove mi ero trasferito fuori Roma. Li ho trasferiti in una sala, ho preso dei sacchi e un piccolo ring e con pochi soldi ho allestito questa stanza, che in passato tra l’altro prima era un night club. Era molto diverso alla città, la vita più lenta e semplice, i ragazzi avevano qualcosa di diverso negli occhi. Nel primo mese avevo avuto un sacco di persone, alcuni avevano delle idee particolari sulla pugilato“.
De Carolis è tornato anche sul match perso contro il tedesco Arthur Abraham nel 2013: “Aveva 28 vittorie per ko su 32 incontri, avevo sempre visto i suoi incontri perché erano spettacolari. Avevo troppa reverenza nei suoi confronti e io non credevo che in quel momento toccasse a me, avevo troppo rispetto per lui e mi sono accontentato di fare bene il lavoro sul ring, senza però mettere quella scintilla necessaria per cambiare anche la mia vita. Era uno dei primi cinque pugili del mondo, sarebbe stato il colpo del secolo per un italiano, mi è mancato qualcosa per ribaltare il pronostico che mi vedeva come un morto che camminava”.
Nel 2015 perse contro il tedesco Vincent Feigenbutz, ma il verdetto fu molto discusso e il padrone di casa uscì fischiato dal ring a Karlsruhe: “Ancora oggi è così, ci sono interessi organizzativi: è più semplice che qualche cosa possa essere direzionato, il pugile popolare che perde può essere protetto. Non è un discorso di corruzione, ma di essere influenzati dall’organizzazione forte, dove ci sono tanti soldi ed è anche la parte più bella della storia, perché ci si ricorda dei pugili che hanno abbattuto questo sistema. Questa è la parte in cui il pugilato rispecchia la vita reale, molti tifano per i pugili dati per spacciati perché ci si ritrova in loro, come se fosse un riscatto. Ho sempre cercato di utilizzare questo aspetto per avere una marcia in più e lo dico anche ai ragazzi quando vanno a combattere su ring difficili: se fosse una partita di calcio non puoi vincere per 1-0, ma devi farlo per 3-0, devi fare più del dovuto per uscire vittorioso. Anche se non è corretto esalta di più la figura del pugile“.
Nel 2016 la grande rivincita contro Feigenbutz, la vittoria da brividi per ko a Offenburg e De Carolis che si laurea Campione del Mondo: “Quella giornata è stata molto intensa. Nei momenti prima di salire sul ring ero veramente in uno stato mentale ottimo, mi ero preparato facendo una serie di esercizi e sul diario avevo scritto quello che avrei fatto quella serie: non era convincimento, ma avere una visione ed essere allineato. Poteva succedere qualsiasi cosa, sapevo cosa dovevo fare, come farlo e per me è stata la migliore condizione. Ero pronto al 300%, non avevo reverenza“.
L’ex pugile ha poi raccontato cos’è successo dopo il trionfo iridato: “Dopo quel combattimento ci fu un periodo particolare, anche difficile. Ho passato degli anni complicati, continuando a fare il pugile, ma andando in difficoltà su altri fronti. Il 2017 fu un anno scuro, persi il titolo dopo una difesa e persi poi un match per il titolo intercontinentale, perché nella mia testa il pilota stava dormendo: portavo avanti il compito per adempiere ai miei doveri da atleta, ma dovevo sistemare una parte che non faceva parte dello sport. Ho ricominciato a risalire la china nel 2018, ho ricombattuto per degli internazionali contro pugili quotati e sono risalito. Ho combattuto per il titolo europeo durante la pandemia, non c’era pubblico e persi nettamente contro un giovane inglese (Lerrone Richards, n.d.r.), non riuscii a fare niente di quello che avevo preparato. Quel momento di alti e bassi mi rese molto più forte“.
Giovanni De Carolis ha poi concluso: “Oggi sono grato di quello che il pugilato ha fatto per me e sicuramente mi dato più di quello che mi ha tolto, gli ho dedicato del tempo prezioso e se non gli avessi dedicato quel tempo non sarebbero successe tante cose. Sono ancora in debito con il pugilato e mi sono ripromesso di aiutare il più possibile i ragazzi che hanno bisogno di un piccolo consiglio, di una spinta in un momento difficile. Faccio l’insegnante e mi piace da morire, è il mio modo di restituire al pugilato quello che mi ha dato. Sono fortunato di lavorare con la Nazionale Italiana e di mettere al servizio la mia esperienza“.