Ciclismo
Gianbattista Baronchelli: “Rapporto complicato con Moser, ma ci salutiamo. C’è una grande differeza tra Pogacar e Merckx”
A vent’anni fece tremare Eddy Merckx sulle Tre Cime di Lavaredo, salendo leggero come un sogno e pesante come una minaccia per il Cannibale. Oggi, a 72 anni, Gianbattista Baronchelli si gode la vita: le passeggiate nella campagna di Arzago d’Adda, quattro nipotini che riempiono le giornate e il ricordo di quel negozio di biciclette che per anni è stato il suo mondo, dopo il ciclismo, oltre alla sua fede per la Chiesa. “Tista”, per la famiglia. “Gibì”, per i tifosi che lo hanno amato come pochi altri. Un corridore timido in gruppo, quasi schivo e sensibile davanti ai microfoni, diventato col tempo un uomo sereno, loquace, consapevole. Novanta vittorie in carriera raccontano solo in parte la sua storia, spesso ridotta a due grandi secondi posti: il Giro d’Italia del 1974, perso per appena 12 secondi contro Merckx, e il Mondiale del 1980, alle spalle di Bernard Hinault. Baronchelli, però, non vive di rimpianti. Parla con calma, misura le parole, guarda al passato con rispetto e al presente con gratitudine. È tornato nel ciclismo per raccontarsi, per lasciare traccia, per condividere una carriera forse più grande di quanto i risultati finali dicano.
Sui tuoi documenti c’è scritto Giambattista, a casa sei Tista, per i tifosi che ti hanno amato come pochi altri è sempre stato Gibì: Tista e Gibì perché questi soprannomi?
“Il mio nome è lunghissimo, quindi per forza di cose è stato abbreviato. Era troppo faticoso chiamarmi sempre con nome e cognome così lunghi (ride, ndr). Tista è nato in famiglia, mentre Gibì è venuto fuori nel ciclismo. Addirittura De Zan mi chiamava “GiovanBattista”, come da nome di battesimo: un nome infinito, davvero”.
Giro d’Italia 1974. Sulle Tre Cime di Lavaredo staccasti Eddy Merckx. È più la soddisfazione di aver messo paura al Cannibale o il rimpianto di aver perso il Giro per 12 secondi?
“Non c’è nessun rimpianto per quella corsa. Era il mio primo anno da professionista e mettere in difficoltà un campione come Merckx è stata una grande soddisfazione. Mi dispiace solo che spesso venga ricordato solo quel secondo posto e non tutto il resto della mia carriera. È chiaro che mi dispiace non essere mai riuscito a vincere il Giro d’Italia: quello era il mio grande sogno. Ho avuto una carriera discreta, con tante vittorie, ma non posso dire di essere completamente soddisfatto perché non ho raggiunto l’obiettivo più importante che avevo e cioè vincere la Corsa Rosa”.
Hai vissuto prima l’era di Merckx e poi quella di Hinault, due tra i più grandi di sempre. Quali differenze tra loro e Pogacar?
“Pogacar fa parte della stessa categoria di Merckx e Hinault: quella dei veri fuoriclasse. La grande differenza, però, sta negli avversari. Ai tempi di Merckx e Hinault c’erano una decina di corridori tutti allo stesso livello, e questo rendeva le corse molto più combattute. Oggi Pogacar ha pochissimi avversari che riescono davvero a metterlo in difficoltà, forse Evenepoel e Van der Poel in alcune situazioni. Questo gli permette di fare azioni da lontano che un tempo erano quasi impossibili. La Milano-Sanremo resta la corsa più difficile del calendario: Merckx ne ha vinte sette. Vedremo cosa riuscirà a fare Pogacar nel tempo”.
Cosa pensi di aver lasciato al pubblico?
“Non credo di aver lasciato così tanto al pubblico. Al contrario, penso di aver ricevuto tantissimo dalle persone. L’affetto dei tifosi è stata una delle cose più belle della mia carriera”.
Ai tuoi tempi ti sei sentito a volte perseguitato ingiustamente dalla stampa?
“Dai giornalisti ho ricevuto tanto, nel bene e nel male. Mi hanno dato grande visibilità quando le cose andavano bene, ma anche quando andavano meno bene. Forse questo ha dato fastidio a corridori come Moser, perché nonostante io abbia vinto meno di lui, ho avuto molta attenzione. Quando ho smesso nel 1989 sono stato lontano dal ciclismo per trent’anni, lavorando nel negozio di biciclette di famiglia. Oggi sono rientrato in questo mondo e ne sono felice, perché il ciclismo è stato la mia vita”.
Perché hai deciso di tornare nel ciclismo?
“Per merito di un mio carissimo tifoso che non avevo mai incontrato. È stato lui a convincermi a scrivere il mio primo libro, “dodici secondi”, pubblicato nel 2018. Da lì ho sentito il desiderio di raccontare la mia storia e tornare a far parte di questo ambiente”.
Con Francesco Moser non hai avuto un rapporto facile: per quale motivo? E con gli anni vi siete riavvicinati?
“Oggi con Francesco ci salutiamo tranquillamente. Non sono stato l’unico ad avere un rapporto complicato con lui. In quegli anni molti corridori dovevano correre per Moser e non metterlo mai in difficoltà. Io andavo forte in salita e quindi lo mettevo in difficoltà, anche perché perdevo a cronometro e dovevo recuperare terreno. Lui fece alcune dichiarazioni forti, ma a me non è mai piaciuto discutere. Quando reagivo, spesso ero io il primo a pagarne le conseguenze, perché sono sempre stato molto sensibile”.
Ancora oggi sei l’unico ad aver vinto Giro U23 e Tour de l’Avenir nello stesso anno. Viene inevitabile il paragone con Lorenzo Finn, che quest’anno parteciperà ad entrambe. Nel ciclismo moderno ha fatto bene a riservarsi un altro anno nella categoria giovanile?
“Oggi spesso si fa passare i corridori nel World Tour troppo presto. È vero che i tempi sono cambiati e i ragazzi maturano prima, ma io credo che Finn abbia fatto una scelta saggia. Quando vinsi Giro Baby e Tour Baby ero molto forte fisicamente, ma mentalmente immaturo. Fare un altro anno tra gli Under23 può solo aiutarlo. Anche perché con un Pogacar così dominante davanti, forse è meglio aspettare. Se anch’io avessi aspettato qualche anno prima di passare professionista, magari non mi sarei trovato a correre così a lungo contro il corridore più forte della storia”.
Il ciclismo italiano può credere in una risalita con Finn e Pellizzari?
“È difficile. Il ciclismo ormai è globale: Belgio, Olanda e tanti altri Paesi, che ai nostri tempi non erano così forti, oggi dominano. In Italia c’è una fase di stallo, un po’ come nel calcio. Manca una vera cultura del rispetto per i ciclisti e le strade sono sempre più pericolose. I genitori hanno paura a far andare i figli in bicicletta. Anche le piste ciclabili spesso non sono adatte agli allenamenti. Le leggi non tutelano davvero i ciclisti. Il problema principale resta la sicurezza”.
Chi è oggi Baronchelli?
“Oggi faccio il pensionato. Ogni tanto vado a qualche evento ciclistico e lo faccio volentieri. Ho quattro nipotini che tengono impegnata soprattutto mia moglie, ma riempiono le giornate. A una certa età è importante tenere la mente occupata, perché si riflette anche sul senso della vita. Sono credente e praticante e credo sia fondamentale pensare che questa vita non finisca con la morte”.