Tennis
Australian Open 2026, Jannik Sinner è “Sua consistenza”, Musetti c’è un problema e Djokovic ha un fatto un patto col diavolo…
Melbourne non è solo un torneo: è uno specchio. Riflette il livello reale dei giocatori, ma soprattutto svela ciò che conta davvero quando la posta si alza. Gli Australian Open 2026, per l’Italia del tennis, lasciano un’eredità chiara e anche scomoda: Sinner è una certezza, Musetti è un talento enorme ma c’è un problema, Djokovic resta Djokovic, anche quando sembra non esserlo più.
Jannik Sinner non impressiona più per come vince, ma per quanto poco lascia agli altri. Contro Shelton non c’è stata suspense, né bisogno di accelerazioni spettacolari: c’è stata gestione, controllo, una sensazione di superiorità che ormai non è più episodica ma strutturale. Il dato più significativo non è il punteggio, né la serie aperta contro gli americani, ma un altro: Sinner gioca partite “facili” anche quando affronta giocatori da top 10. Ed è questo che distingue i campioni veri dai semplici grandi giocatori.
Il suo tennis è diventato economico, nel senso più nobile del termine. Spreca poco, rischia quando serve, sbaglia pochissimo. Non c’è frenesia, non c’è bisogno di dimostrare nulla. È il segnale più evidente di una maturità definitiva: Sinner non gioca più per vincere il punto, gioca per vincere la partita. E quando arrivi a questo livello, il salto verso la dimensione dominante è naturale.
All’opposto, Lorenzo Musetti rappresenta il paradosso più doloroso di questo torneo. Per due set contro Djokovic ha giocato il tennis più bello e completo visto a Melbourne. Non solo bello da vedere, ma efficace, lucido, feroce quando serviva. Aveva tolto tempo, certezze e soluzioni a uno dei più grandi giocatori della storia. Non è un dettaglio: stava vincendo perché era più forte, non perché Djokovic fosse in giornata storta.
Poi, come troppo spesso accade nella sua carriera, è intervenuto il corpo. E qui la riflessione diventa inevitabile: non basta più parlare di sfortuna. Tre appuntamenti chiave (Montecarlo, Roland Garros e Australian Open), tre stop importanti, sempre nella stessa zona, sempre nei momenti decisivi. Il rischio, concreto, è che Musetti resti intrappolato in una narrazione ingiusta ma frequente nel tennis: quella del talento straordinario che non riesce a completare l’opera.
Il problema non è tecnico, non è mentale. È strutturale. E se non viene affrontato in modo radicale, rischia di pesare più di qualsiasi limite tattico. Perché il tennis di Musetti è già da top-5, ma il tennis moderno non premia chi gioca meglio per due set: premia chi resiste di più quando conta davvero.
In mezzo, come sempre, c’è Novak Djokovic. Arriva in semifinale senza aver convinto, senza aver dominato, e con una buona dose di fortuna. Ma pensare che questo lo renda meno pericoloso è l’errore che il circuito commette da vent’anni. Djokovic non è più invincibile sul piano fisico, non è più onnipotente nello scambio, ma resta il miglior interprete del caos. Sa sopravvivere, sa aspettare, sa sfruttare ogni spiraglio. Anche quando il torneo sembra sfuggirgli, lui rimane lì.
Eppure, per una volta, la sensazione è diversa. La semifinale con Sinner non appare come un’incognita totale, ma come un esame di maturità che l’azzurro arriva a sostenere da favorito. Non per i precedenti, non per il blasone, ma per il livello espresso. Sinner oggi sembra avere più soluzioni, più continuità, più solidità mentale. Djokovic ha l’esperienza, sì, ma anche più dubbi che certezze.
Attenzione però a scrivere finali anticipati. Perché Melbourne insegna una lezione chiara: il tennis non è mai lineare. Premia chi cresce, punisce chi si ferma, ma non segue mai un copione fisso. Tra la solidità di Sinner, la fragilità di Musetti e la resilienza quasi mistica di Djokovic, resta una sola verità: il campo decide, sempre.