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Pattinaggio artistico, caso Kamila Valieva: iniziata l’udienza al CAS. Vincent Zhou tuona contro il CIO

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Il caso legato alla positività al doping della stella del pattinaggio artistico russa Kamila Valieva, fatto che ha macchiato indelebilmente le Olimpiadi di Pechino 2022, sta entrando molto lentamente verso una perlomeno possibile fase conclusiva. Nella giornata di ieri è infatti cominciata a Ginevra l’attesissima udienza del CAS (Tribunale Arbitrario Dello Sport) che, dopo un infinito passaggio di testimone, ha preso in carico le carte per decidere il futuro non solo della pattinatrice, ma dell’intera prova a squadre olimpica, gara che ancora a distanza di praticamente 600 giorni non ha ancora un podio certo vista la posizione pendente.

In linea di massima le udienze dovrebbero chiudersi nella giornata di domani, giovedì 28 settembre, per una durata complessiva di tre giorni. La diretta interessata non è presente in loco, tuttavia sarà ascoltata tramite videoconferenza. Ma ciò che preoccupano sono i tempi per emettere la tanto agognata sentenza definitiva che, da quanto trapela, visto il caso oltremodo dedicato potrebbe arrivare addirittura tra mesi.

Proprio quest’ultimo aspetto ha portato Vincent Zhou, membro della Nazionale statunitense, a produrre un videomessaggio molto discusso, complice un contenuto aspramente critico verso il sistema antidoping. Nello specifico il pattinatore ha accusato il CIO, la Corte arbitrale dello sport e la WADA di non aver tutelato i suoi interessi e quelli degli altri atleti indirettamente coinvolti nel caso.

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Le critiche di Zhou hanno una motivazione di fondo ben chiara: gli Stati Uniti infatti hanno ottenuto la medaglia d’argento in occasione del Team Event dei Giochi. In caso di condanna però i nordamericani salirebbero quasi sicuramente al primo posto davanti al Giappone e al Canada che, a questo punto, balzerebbe dalla quarta posizione al gradino più basso del podio. Oltre a questo aspetto è da rilevare anche una componente meramente economica: ricordiamo infatti che, a prescindere da tutto, non essendoci mai stata di fatto una cerimonia di premiazione alcuni pattinatori si sarebbero visti sfumare anche degli accordi commerciali, subendo quindi anche un danno economico.

Ma l’affondo di Zhou si è rivelato molto più pesante di così, come testimonia uno stralcio del suo messaggio: “L’idea che tale udienza serva gli interessi degli atleti puliti è assurda: l’Agenzia russa antidoping facilita il doping russo da oltre un decennio – ha detto Zhou – Il CIO, da parte sua, ha ripetutamente rifiutato di ritenere la Russia responsabile di un programma antidoping sponsorizzato dallo stato che coinvolge più di 1.000 atleti“.

Non è tardata ad arrivare la risposta da parte di RUSADA, firmata dall’Amministratore Delegato Veronica Loginova, che minaccia provvedimenti: “Stiamo studiando la fonte primaria in cui sono state pubblicate queste informazioni, inclusa l’intervista del pattinatore e la sua posizione. Dopo aver esaminato tutti i materiali, condurremo il lavoro necessario e prenderemo decisioni sui possibili passi futuri. Non stiamo fissando scadenze specifiche; Il dipartimento investigativo di RUSADA sta esaminando la sua dichiarazione. Nella sua dichiarazione parla di fatti legati ai nostri pattinatori. Vogliamo determinare, in primo luogo, se i nostri pattinatori hanno violato le norme antidoping e chi è stato coinvolto, e in secondo luogo, confermare o confutare le argomentazioni dell’atleta in questa dichiarazione“.

Malgrado siano passati quasi praticamente due anni, il caso più controverso (e triste, viste le modalità) della storia recente del pattinaggio di figura continua a tenere banco.

Foto: LaPresse

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