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Atletica, Gianmarco Tamberi: da “showman” a campione universale! La storia del nuovo campione olimpico del salto in alto

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Ha rischiato di maledirlo il giorno in cui scelse di lasciar perdere il basket e dedicarsi esclusivamente all’atletica e in particolare al salto in alto, seguendo la tradizione di famiglia, visto che il papà, Marco, aveva partecipato in questa specialità ai Giochi di Mosca.

Gianmarco Tamberi sognava, un giorno, di poter indossare la maglia della Nazionale… di pallacanestro e non nasconde la sua passione sfrenata per questo sport, lo ha fatto anche oggi, a Tokto, mimando il tiro a canestro dopo aver superato i 2.35. Il papà Marco è stata una presenza forte e controversa nella sua vita: troppo uguali, egocentrici, i due per poter sperare che fossero tutte rose e fiori, eppure Gianmarco, al momento della separazione dei genitori, scelse di vivere con il papà, anche se non ha mai perso il legame strettissimo con il fratello, anche lui atleta ma specialista del tiro del giavellotto, che decise di seguire la mamma a Roma.

La vita a due è un mezzo inferno per Tamberi che subisce l’influenza del padre su tutto, diventa intrattabile e quasi si disinnamora del salto in alto, saltando qualche allenamento e smettendo di seguire il regime alimentare ferreo di cui necessita un saltatore in alto. La svolta arriva quando decide, contro la volontà del padre, di andare a vivere da solo. La libertà nella vita privata lo trasforma, i litigi con il padre diventano confronti, a volte molto costruttivi e Gianmarco Tamberi inizia a volare sopra l’asticella.

Il padre lo segue, lo corregge, lo forgia anche dal punto di vista caratteriale e Gianmarco vola sempre più in alto. un giorno, dopo qualche salto un po’ scoordinato, gli consiglia di tagliarsi la barba solo da una parte per ricordarsi come doveva tenere testa e spalle e lui esegue. Gli piace, lo farà diventare un marchio: l’uomo rasato a metà. Qualcuno, nel mondo austero dell’atletica italiana, lo accusa di pagliacciate, di pensare troppo allo show e poco alla sostanza e lui risponde con i fatti, con il titolo europeo, con un miglioramento dopo l’altro. Il suo atteggiamento, istrionico ma mai irrispettoso, gli permette di essere amico con tutti, anche con il saltatore più forte che conosce, il qatariota Barshim: un’amicizia che tornerà buona l’1 agosto 2021.

Il 2016 sembra essere l’anno d’oro, quello giusto. A Montecarlo, il 15 luglio, ha già la valigia pronta per Rio ma perchè rinunciare ad uno dei meeting più belli del circuito? Supera 2.39, nuovo record italiano, il mondo trema e lui non si ferma perchè è fattoi così. Il pubblico chiede e lui non può non regalare spettacolo. Lo spettacolo, stavolta, si blocca tutto ad un tratto. Uno scricchiolio alla caviglia, il dolore, il verdetto terribile. Niente Rio. Per una settimana non esce dalla sua camera e, quando va bene, piange.

Poi, una mattina apre gli occhi e chiede alla sua fidanzata, Chiara Bontempi, di scrivere sul gesso, bello in grande, ROAD TO TOKYO 2020. “Non succede, ma se succede”. Chiunque lo incontri gli dice la stessa frase: “Ti rifarai tra quattro anni” e lui sorride a tutti, pur sapendo che lo attende una fatica immane per tornare quello di prima.

Affronta prove durissime, costruisce attorno a sè uno staff di primissimo livello, perde la pazienza, la ritrova, scalpita, come se fosse in pedana, in gara sempre. Conta i giorni, le ore e nel frattempo torna a saltare come sa: 2.30, 2.31, 2.35, misura con cui pensa di essere riuscito a riprendersi il titolo europeo indoor a Torun quest’anno, salvo poi doversi inchinare ad un Nedasekau mai domo. La marcia di avvicinamento a Tokyo non è semplice. Qualche prestazione incolore ma lui ha un unico obiettivo, la gara olimpica: tutto ciò che fa è in funzione di quella.

Arriva il grande giorno: il gesso con su scritto ROAD TO TOKYO è lì al suo fianco a raccontargli quello sarebbe dovuto essere e non è stato ma anche a dargli coraggio perchè chi ha passato quei momenti è più forte di tutto. L’asticella si muove ma non cade, a 2.33, a 2.35, a 2.37. Ai 2.39, suo record personale, va vicinissimo ma anche Barshim non supera quella misura. Ci sarebbe anche lo spareggio, volendo, ma Barshim non negherà mai l’oro olimpico a pari merito a quel guascone, irresistibile, simpatico amico italiano che lo fa ridere sempre. E’ oro, per due, ma oro. Il cerchio si chiude ma Gimbo, questo il suo soprannome, non ha ancora esaurito il suo compito e si vuole ancora divertire per un bel po’.

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