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Tennis, storia dei Campionati italiani: dai domini di Pietrangeli, Panatta e Barazzutti agli ultimi trionfi di Filippo Volandri e Francesca Schiavone

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La storia dei Campionati italiani assoluti di tennis sembra quasi dimenticata, per certi versi, eppure per tanti anni ha rappresentato un passaggio fondamentale nella storia di questo sport in Italia. Almeno fino ai primi Anni ’90 la frequentazione è stata sempre di alto livello, per poi scemare piuttosto rapidamente negli Anni 2000.

I primi tentativi di organizzare gli Assoluti si fecero alla fine dell’800, a opera dell’uomo che nel 1894 fu primo presidente della Federazione Italiana Lawn Tennis, Gino De Martino. Conte per titolo nobiliare, aveva assunto la presidenza a 19 anni, e nel 1895 fu anche primo campione italiano della storia, a Roma. Ci furono poi tre titoli di Lionello De Minerbi (a Genova, Milano e Torino), che fu anche calciatore, prima che la FILT fosse sciolta, per essere poi ricostituita nel 1910 su iniziativa del marchese Pietro Antinori. Ritornò campione De Martino, che entrò nella storia anche per un secondo motivo: fu il primo italiano a giocare in uno Slam, Wimbledon, pur perdendo subito. Ebbe anche gloria perché fu in grado di battere, in un torneo a Territet, in Svizzera, Anthony Wilding, per quattro volte consecutive campione di Wimbledon tra il 1910 e il 1913.

Al maschile erano quelli gli anni in cui emersero giocatori che, pur non avendo grandissima rilevanza internazionale, misero le basi per gli anni successivi: Alberto Suzzi (due titoli), Giovanni “Mino” Balbi di Robecco (quattro; fu primo vincitore italiano del torneo di Montecarlo), Cesare Colombo (tre). Tra gli Anni ’10 e (complice la guerra) soprattutto i ’20, nell’albo d’oro manca il nome più rappresentativo di quegli anni, quello del barone Uberto De Morpurgo, capace di tenere testa ai Quattro Moschettieri della Francia (Jean Borotra, Henri Cochet, René Lacoste e Jacques Brugnon), semifinalista agli Internazionali di Francia e unico medagliato olimpico italiano nel tennis. Parallelamente si sviluppò anche il torneo femminile, con le prime due vittorie del 1913 e 1914 di Rhoda de Bellegarde de Saint Lary, di Firenze, uccisa dall’influenza spagnola nel 1918, a ventotto anni.

Dal 1926, tra le donne, cominciò l’era di Lucia Valerio, che vinse nove titoli consecutivi, dopo i cinque (di cui quattro di seguito) di Rosetta Gagliardi, la seconda italiana a gareggiare alle Olimpiadi in qualsiasi sport. Lucia Valerio è stata persona importantissima nel tennis femminile italiano, capace di raggiungere due volte i quarti al Roland Garros e una a Wimbledon, nel 1933. Ci sono voluti 56 anni perché qualcuna (Laura Golarsa) la eguagliasse sui prati verdi. Nel frattempo, tra gli uomini la lotta iniziò a farsi serrata, se è vero che Giorgio De Stefani, il più importante tennista italiano degli Anni ’30, di titolo tricolore ne vinse uno, nel 1930. De Stefani fu il primo italiano ad arrivare in finale al Roland Garros; ambidestro, era uno dei più forti giocatori sulla terra rossa dell’epoca, e fu sconfitto solo da Henri Cochet in quattro set. Fu anche uno dei primissimi ad affrontare il viaggio in Australia, e inoltre raggiunse gli ottavi a Wimbledon. Ma non solo: divenne prima presidente della Federazione internazionale, poi di quella italiana, infine lottò con successo per il ritorno del tennis alle Olimpiadi. Altro nome importante, non solo per il tennis, fu Ferruccio Quintavalle: varie volte campione in doppio e doppio misto, fu l’uomo che, nel 1955, diede vita al marchio Autobianchi, che ha segnato quarant’anni della storia dell’automobile italiana.

Furono quelli anche gli anni di Giovanni Palmieri, quattro titoli, e di Vanni Canepele, due successi prima della Seconda Guerra Mondiale e uno dopo. Quando, nel 1945, si tornò a una parvenza di normalità, cominciarono a dominare tre nomi: Gianni Cucelli, Marcello e Rolando Del Bello. Cucelli e Marcello Del Bello formarono il primo grande doppio della storia italiana. Cucelli, all’anagrafe Giovanni Kucel, fu cinque volte campione in singolare e soprattutto fu molto amato dalle folle dell’epoca, che amavano il suo gioco completamente fuori dagli schemi. Frattanto, al femminile, emerse Anneliese Ullstein Bossi, tedesca naturalizzata italiana per matrimonio, vissuta 99 anni e campionessa in sei occasioni tra il 1941 e il 1949. Fu semifinalista al Roland Garros 1949. Da non dimenticare neanche Silvana Lazzarino, pure lei in semifinale a Parigi nel 1954 e sette volte tricolore.

Negli Anni ’50 emerse la grande rivalità che divise il tennis maschile del nostro Paese dell’epoca: Fausto Gardini contro Beppe Merlo. Dei due fornì un efficace profilo Nicola Pietrangeli, all’interno del libro “C’era una volta il tennis” di Lea Pericoli (che, al di là dei look che la resero famosa, fu giocatrice di più che valido livello per l’epoca, con dieci titoli italiani tra il 1958 e il 1975. Su Gardini: “In uno sport fatto di silenzi e di gesti bianchi, lui sembrava un direttore d’orchestra: esigeva il silenzio. Chiedeva l’applauso. La gente obbediva. (…) Spaventava i giudici di linea. Dominava psicologicamente gli avversari“. Su Merlo: “Beppe non rubò mai un punto su un campo da tennis. Andava addirittura contro il giudizio degli arbitri. Giocando con Remy, campione di Francia, sul Centrale di Roland Garros, al quinto set corresse il giudice di sedia e regalò il quindici che mandò il francese a servire per il match. Fino a quel momento aveva avuto tutto il pubblico contro. Quando Beppe vinse venne giù lo stadio. L’episodio citato è del quarto di finale giocato a Parigi nel 1956. Due parabole del tutto diverse: Gardini ha giocato fino al 1955, si è ritirato, è tornato nel 1960, Merlo ha invece costruito proprio negli anni 1955 e 1956 le sue grandi fortune parigine. L’albo d’oro parla di sette titoli per l’uno e quattro per l’altro, a livello tricolore.

Chi, però, divenne inevitabilmente padrone di quegli anni fu Pietrangeli. Sette tricolori in singolare, ne conquistò addirittura quattordici in doppio, di cui dieci con il suo compagno di una vita, Orlando Sirola, il gigante di Fiume con cui arrivò fino in finale a Wimbledon. E per superare un grandissimo campione, uno dei due più forti di sempre del nostro tennis, ci volle il suo successore: un ventenne romano di nome Adriano Panatta, figlio di un custode del Parioli. La finale del 1970 generò un tale interesse che la Rai la mise in programmazione, ma alla fine non la trasmise. Vinse Panatta in cinque set, chiudendo un’era e aprendone un’altra, fatta di sei vittorie consecutive prima che Corrado Barazzutti si inserisse e infilasse la stessa sequenza. Panatta ha comunque continuato a vincere anche in doppio, con tanti compagni: da Pietrangeli a Paolo Bertolucci, per chiudere con sui fratello Claudio, a sua volta vincitore in singolare nel 1985. Il 1983 e il 1984, invece, furono gli anni di Francesco Cancellotti, buon giocatore soprattutto sul rosso. Nel frattempo, al femminile, la lotta riguardava soprattutto Daniela Porzio e Sabina Simmonds, ma in generale dopo Lea Pericoli si finì per assistere a una lunga serie di nomi quasi di interregno, prima dell’avvento delle migliori degli Anni ’80.

Il preludio fu di Federica Bonsignori nel 1983, ma dalla vittoria tricolore del 1984 partì la cavalcata di Raffaella Reggi, che poi si concentrò di più sull’attività internazionale, tant’è vero che raggiunse gli ottavi in tutti gli Slam e i quarti a Parigi. Suona quasi strano vedere il suo nome una sola volta e mai, almeno in singolare, quello di Sandra Cecchini (che però vinse un paio di volte in doppio): la verità è che in quegli anni di valide azzurre ce n’erano tante, a partire dalle due Laura, Garrone e Golarsa, ma anche Linda Ferrando, tutte vincitrici in singolare e in doppio (ma non sempre in ambedue le specialità). In questo arco di tempo, al maschile si imposero una volta a testa Paolo Canè e Omar Camporese (1986 e 1989), che però non sempre partecipavano o erano al massimo; altri validi rappresentanti italiani di quegli anni, arrivati a vincere il tricolore, furono Simone Colombo, Massimiliano Narducci, Claudio Pistolesi, Massimo Cierro e Stefano Pescosolido, oltre a Diego Nargiso, che vinse sia in singolare che in doppio. Nel frattempo era stato abolito il torneo di doppio misto fin dal 1984; furono campioni tutti i big, ma in due delle ultime edizioni a portare a casa il tricolore fu anche l’attuale numero 1 della FIT, Angelo Binaghi, così come, una volta, l’ex presidente dell’ITF Francesco Ricci Bitti.

Negli Anni ’90, se il livello del torneo maschile iniziava lentamente a scendere, al femminile le cose ancora reggevano tutto sommato bene: Katia Piccolini lanciò una buona carriera con tre tricolori, Rita Grande ne vinse quattro, Silvia Farina emerse e comunque fu spesso protagonista (e due volte campionessa). Tuttavia, col tempo, il Campionato italiano ha perso attrattiva: i nomi erano sì buoni, ma all’epoca non propriamente big. Basti consultare l’albo d’oro dal 2000 al 2004 per il maschile: Stefano Galvani non aveva ancora raggiunto le vette del periodo 2007-2008 (in cui entrò in top 100), Giorgio Galimberti fu al massimo numero 115, Potito Starace era a due anni dall’esplosione al Roland Garros contro Sebastien Grosjean, Daniele Bracciali sembrava aver perso il treno per il circuito maggiore (ritrovato nel 2005) e infine Massimo Dell’Acqua fu giocatore valido su terreni molto veloci, ma non competitivo a livello ATP. Al femminile le cose precipitarono dopo il bis di Farina e il successo di Tathiana Garbin nel 2001 (anno che chiuse al numero 39). Nel 2002 vinse la valdostana Nathalie Vierin, che raggiunse il miglior ranking di numero 103 solo quattro anni dopo, nel 2003 una giovanissima Alberta Brianti (ancora ben lontana dalle annate migliori) e nel 2004 Valentina Sassi, al massimo numero 144.

Con i tornei di doppio aboliti già dal 2000, nel 2005 ci si giocò un ultimo tentativo di rendere appetibile l’evento, e i vincitori furono nomi già affermati: Filippo Volandri al maschile, Francesca Schiavone al femminile. Due che già allora erano nelle alte sfere delle classifiche: il livornese veniva da un bell’anno soprattutto sul rosso, la milanese già navigava non lontano dalla top ten. Poi, la cancellazione definitiva. Resta ora da vedere se, nel 2020, il tentativo di far rivivere gli Assoluti sarà estemporaneo, legato alle circostanze, o se avrà un seguito. Di certo, è qualcosa da tener d’occhio.

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federico.rossini@oasport.it

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Foto: LaPresse / Olycom

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