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Calcio femminile, Europei 2017: il livello tecnico dell’Italia è in crescita, ma la distanza con il top è ampia. Professionismo ed organizzazione quel che manca

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Dal 16 luglio al 6 agosto la grande kermesse degli Europei 2017 di calcio femminile in Olanda avrà finalmente inizio. La Nazionale Italiana di Antonio Cabrini, inserita nel difficilissimo girone B insieme a Germania, Svezia e Russia, esordirà contro la squadra russa il 16 alle ore 18.00. Un match nel quale le Azzurre debbono assolutamente vincere per iniziare con il piede giusto il torneo, contro una compagine alla portata, acquisendo ancor più forza e convinzione per sfidare le forti tedesche e scandinave successivamente.

Roster italiano che annovera giocatrici di grande esperienza come Melania Gabbiadini, giunta probabilmente alla sua ultima competizione internazionale indossando la maglia dell’Italia, ma anche talenti di qualità come Manuela Giugliano, trequartista del Verona, in grado di inventare calcio come poche. Un gruppo avente anche attaccanti dalla spiccata capacità realizzativa come Ilaria Mauro e Cristiana Girelli, autrice in due di 11 reti nella fase di qualificazione, ed esterni di grande corsa del calibro di Alia Guagni e Barbara Bonansea su cui il ct ha investito molto.

Un livello tecnico in crescita con calciatrici che hanno chance per potersi mettere in evidenza anche in un contesto internazionale ma la distanza che separa le nostre ragazze dal top continentale è ancora molto ampia. I nodi del contendere sono sempre i soliti: professionismo ed organizzazione interna al calcio italiano sul versante femminile. La rivisitazione della famosa legge del 23 marzo 1981 n.91 che indica quali sportivi sono considerati professionisti, disciplinando il rapporto di lavoro, è un aspetto di cui si parla da anni. Una norma in cui il Coni delega le singoli Federazioni all’attribuzione di “essere professionisti” che, nel caso del calcio, non riguarda le donne. Le giustificazioni sono sempre le stesse: poche iscritte rispetto agli uomini e mancanza di risorse che la singola Federazione non può assumersi.

Un problema dettato anche dal fatto che le donne, in Figc, non sono direttamente legate alla massima organizzazione del “Pallone” italiano ma da considerarsi “ospiti”. Il riferimento è sempre la Lega Nazionale Dilettanti e questo va ad intaccare un discorso sia di acquisizione di introiti a loro riservato sia l’incisività di alcune riforme di cui si sente un gran bisogno.

Pertanto, oltre ad un discorso organizzativo, ve ne deriva anche uno tipicamente culturale nel quale, in buona parte dei casi, si ritiene che il calcio sia ancora uno sport solo maschile mentre le donne non in grado di competere. Un pregiudizio che in Francia, Germania ecc hanno ormai superato da tempo con l’avvio di Academy per lo sviluppo della disciplina e l’investimento dei grandi club. Da questo punto di vista la Juventus e la Fiorentina hanno dato un chiaro segnale, con le viola vincitrici dell’ultimo titolo tricolore. Ma è chiaro che questo non basta. E’ necessario un intervento capillare per far uscire da questa ghettizzazione le ragazze.

Sono tantissime le giocatrici valenti che, per questioni di opportunità dopo aver mostrato grandi capacità da junior, sono quasi costrette a scegliere altre strade, lontane dallo sport, per poter sopravvivere e questo non è accettabile se si vuol vincere ed essere all’altezza degli altri.

giandomenico.tiseo@oasport.it

Twitter: @Giandomatrix

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Foto da profilo facebook Sara Gama

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