Atletica

Ukhov vola, Harting di misura, Pearson magica

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La IAAF sembra voler ammazzare il salto in alto togliendogli tutta la sua bellezza e accorciando incredibilmente le gare. Le progressioni da 2.25 a 2.29 e da 2.29 a 2.33 sono esagerate. Non c’è una misura di mezzo, non c’è una salire graduale, emozionante che permette agli atleti di gestirsi al meglio, di non andare incontro a sbalzi eccessivi. Sono quelli che sono costati tantissimo al nostro Gianmarco Tamberi in qualificazione (si starà mangiando le mani col suo 2.31, ma l’importante è aver assaporato il Mondo dei grandi per capire come fare a Rio) e che oggi ha pagato anche il campione olimpico uscente Andrey Silnov, uno dei superfavoriti per la vittoria finale, fermato alla modesta misura di 2.25. Certo scendeva qualche goccia di pioggia, ma le responsabilità sono da cercare altrove. Proprio lui che si riusciva a ritrovare nelle grandi occasioni oggi ha dovuto abdicare dopo la straordinaria battaglia di Pechino con Holm. Problema che anche lui deve ancora capire dove ha sbagliato. Stesse riflessioni le deve fare lo statunitense Jesse Williams, campione mondiale, stoppato anche lui dalla stessa asticella. Fuori due dei superfavoriti la strada sembrava spianta per Ivan Ukhov, il nuovo fenomeno, il nuovo Zar di tutte le Russie. Lui vola si beve 2.29 e 2.33 ma non si scrolla di dosso una grandissima sorpresa: Kynard Erik. Uno yankee di colore classe 1991. Gli fa da ombra fino a 2.33, praticamente sulla linea del personale di 2.34. A quel punto deve alzare bandiera bianca perché il ventisettenne supera 2.36, poi ancora 2.38 e i giochi finiscono lì (fallisce il 2.40 che sarebbe valso il personale e la miglior misura dal lontano 2000!). Il suo stile è sempre potente, capace di varcare l’ostacolo di forza. Totalmente diverso è il lavoro di un altro giovanotto promettente: Mutaz Essa Barshim. Qatariota vero, non naturalizzato come accade in altre specialità. Elegante, snello, con una bella inarcatura, leggero e agile raggiunge 2.29 e porta al suo Paese uno stupendo bronzo da condividere però in un gran condominio insieme al canadese Derek Drouin e al britannico Robert Grabarz, fresco campione europeo da cui era lecito aspettarsi qualcosa in più. Mai era successo di vedere tre atleti sullo stesso gradino di un podio olimpico.

 

Hulk strappa la sua canotta ed esulta. Non è verde. Non è un mostro. È sì un extraterrestre, ma nella sua specialità: il lancio del disco. Il gesto olimpico per eccellenza. Quello più antico, l’albore, la prima immagine dei Giochi. Dalla culla greca alla terra di Albione passando per un fantastico Robert Harting, lo Shaggy di Cottbus. Tedesco dalla testa ai piedi. Un armadio di due metri per 125kg di muscoli e di potenza sbarcato a Londra per chiudere un cerchio, il grande slam dei migliori: Mondiale, Europeo, Olimpiade dopo il deludente quarto posto di Pechino. Il suo gesto è sempre perfetto e funzionale in una gara di altissima intensità e di vero livello mondiale. In tre a pochissima distanza a giocarsi il trionfo. La spunta appunto il ventisettenne che riesce a lanciare il suo attrezzo a 68.27 al quinto tentativo. In quel momento c’era in testa una sorpresona: Hadadi Ehsan. Un vero outsider. Stava realizzando un vero sogno col suo 68.18 stampato al primo lancio. Un ventisettenne della Repubblica Islamica d’Iran. La sua Patria. Riuscirà a rendergli onore e gloria, ma solo con un argento. Dietro di lui un mostro sacro della specialità, il campione olimpico uscente, l’estone Gerd Kanter che si deve accontentare del bronzo con 69.08.

 

Sally Pearson realizza il suo sogno di ragazzina: un oro olimpico nei 100 ostacoli. Ci riesce al ritorno dall’infortunio patito a dicembre. Lo fa con una scioltezza impressionante, con una grande agilità, con una corsa in piano di assoluto rilievo. Salta gli ostacoli come se nulla fossa, non li sfiora per niente, sempre precisa al millimetro, un movimento di anche pazzesco, busto ben eretto. Omogeneizzato: 12.35, nuovo record olimpico. Il miglior riscatto dopo il deludente argento di Pechino e il bis dopo il facile trionfo iridato di Daegu. Se ci fossero state diverse condizioni climatiche, chissà…Era l’occasione buona per attaccare il primato mondiale. Suonerebbe una bestemmia contro quel misterioso 12.21 della bulgara Donkova che regge dal 20 agosto 1988! Chi lo sa. Di certo l’australiana ne ha le potenzialità e a 26 anni ancora da compiere ha ancora davanti diverse stagioni per provarci. Dietro si mette tutti gli Stati Uniti d’America: la campionessa uscente Dawn Harper (12.37, personale), Kellie Wells (12.48, personale) e la bella Lolo Jones (12.58, stagionale). In semifinale era uscita Marzia Caravelli che è inciampata in un ostacolo e non ha concluso la gara. Un vero peccato perchè stava conducendo bene la corsa e cercava il record italiano. Un applauso per essere comunque arrivata fino a qui e per una stagione nel complesso soddisfacente, scendendo più volte sotto il muro del 12.90.

 

Nei 1500 uomini vittoria a sorpresa dell’algerino Makhloufi (3:34.08) davanti allo statunitense Manzano (3:34.79) e al marocchino Iguider(3:35.13).

stefano.villa@olimpiazzurra.com

(foto IAAF)

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