Tennis: la crisi del movimento USA tra tante stelle ma nessun campione. E un sistema che forse va rivisto

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Quando si parla degli Stati Uniti, in quasi tutti i contesti sportivi, siamo sempre stati abituati a considerare questi ultimi come la nazione guida, ed infatti anche nell’ambito tennistico hanno sempre occupato un ruolo di primissimo piano potendo vantare campioni che hanno scritto la storia della racchetta. Basti soltanto considerare che nella lunghissima epopea tennistica, da quando è stato inventato l’algoritmo del ranking, ben sei numeri uno su 25 complessivi sono nati negli States, oltre a vantare la bellezza di 32 successi nella manifestazione a squadre della Coppa Davis. Da qualche tempo a questa parte, tuttavia, gli americani fanno molta più fatica a trovare ricambi generazionali che siano in grado di ripristinare il blasone dei più vecchi connazionali, con Andy Roddick e Mardy Fish fino a pochi anni fa ultimi baluardi a stelle e strisce del circuito. Eravamo comunque lontanissimi, bisogna dire, dai fasti dei vari Artur Ashe, Jimmy Connors, John McEnroe fino a Pete Sampras ed Andre Agassi,  ma perlomeno si tratta di giocatori che hanno stanziato per diversi anni nella top ten del ranking mondiale. Un risultato secondo alcuni insoddisfacente se si analizza che nel febbraio 1993 c’erano addirittura cinque tennisti tra i primi dieci del mondo, apice di un movimento molto rigoglioso che ha cominciato il suo declino inesorabile a partire dal 2013.

Volgendo lo sguardo ad oggi, in realtà, la situazione non è così desolante: gli Stati Uniti possono infatti vantare quattro giocatori in Top 50 e sette in Top 100, ma sinceramente tra i nomi che compaiono nessuno sembra in grado di poter puntare all’assalto del trono ATP. L’attuale numero uno a stelle e strisce è Jack Sock, il quale occupa la 24esima posizione, seguito da John Isner (n. 27) e Sam Querrey (n. 29), tutti interpreti accomunati più o meno dalle medesime caratteristiche, ossia grandissima potenza unita ad una fisicità dirompente, senza però la giusta dose di continuità e adattabilità del proprio gioco alle diverse superfici del circuito. E’ difficile pensare che questi giocatori, a cui aggiungiamo anche Steve Johnson (n. 33) autore comunque di una pregevole stagione, possano spingersi troppo al di là della classifica corrente, dapprima per un fattore anagrafico, poi a causa di una maturazione che non ne ha evidenziato le stigmate di campioni. La stella più lucente anche se acerba al momento sembrerebbe essere quella di Taylor Fritz (n.73), dal quale è possibile scorgere ampi margini di miglioramento e già in grado di farsi conoscere nei grandi palcoscenici grazie a prestazioni di assoluto rilievo. Lo stesso discorso vale per Stefan Kozlov, classe ’98 e di origini macedoni, il cui potenziale però è ancora tutto da verificare e sarebbe dunque inutile riempirlo di pressioni ingiustificate, anche se il ragazzo sembra avere le doti giuste per emergere tra qualche anno. Si sono perse, invece, le speranze che gli addetti ai lavori avevano risposto su Ryan Harrison, ex astro nascente del tennis americano e caduto in una triste mediocrità, testimoniata dalla sua attuale 96esima posizione, che i vertici USTA sperino non contagi anche le altre giovani stelle.

Secondo Steve Johnson i motivi della crisi del tennis statunitense sono da ricercare nel fatto che questo sport ha assunto sempre di più una connotazione globale, a cui si aggiunge un altro aspetto spesso sottovalutato, cioè che molti più americani tendono a dedicarsi ad altre discipline perchè negli USA il tennis non è lo sport principale, e sicuramente non gode dello stesso appeal del basket, baseball o football. Bethanie Mattek ha addotto anche spiegazioni di carattere motivazionale al fine di spiegare i motivi di tale flessione: “In altri Paesi fra i giovani c’è più grinta, più voglia di emergere. Prendete i russi: vogliono fare soldi per andarsene da dove stanno. Gli americani hanno una vita troppo facile”. Infine, possiamo citare l’autorevole pensiero di Rino Tommasi, secondo il quale il sistema sportivo dei college non è adatto al tennis, dal momento che fa esordire i ragazzi sul circuito intorno ai 22-23 anni, impedendo loro di accumulare esperienze importanti  nei tornei Future e Challenger e facendoli pertanto arrivare nell’èlite internazionale troppo tardi rispetto ai coetanei delle altre nazioni.

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Foto: Profilo Twitter Miami Open

 

 

 

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