I “Campioni senza valore” di Sandro Donati. Il libro che denunciò l’atletica italiana a fine anni ’80

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Esistono delle immagini di sportivi che restano per sempre nella memoria degli appassionati. E a volte viene naturale chiedersi, nell’ammirare le loro prestazioni, se questi atleti siano degli esseri umani oppure degli alieni venuti dallo spazio. Forse fu questo l’interrogativo del pubblico internazionale quando il velocista canadese Ben Johnson tagliò il traguardo della gara dei 100 metri alle Olimpiadi di Seul del 1988 con il dito alzato e senza apparente sforzo fisico. Quello che accadde dopo lo conosciamo ormai tutti quanti. Ma ciò che invece l’opinione pubblica conosceva (e conosce tutt’oggi) a livello epidermico è il fenomeno che portò un “campione senza valore” a vincere quella gara, ossia il doping.

E non è un caso che Ben Johnson e la lotta al doping nell’atletica italiana degli anni ’70 e ’80 siano la copertina e il contenuto del libro di Sandro Donati ‘Campioni senza valore’ (Ponte alle Grazie, 1989), un volume al centro di un vero e proprio “giallo” editoriale in quanto, dopo l’esaurimento della prima edizione, non venne più ristampato e rimesso in circolazione. Tuttavia, i recenti avvenimenti olimpici di Rio 2016 e la “strana” squalifica di otto anni inflitta al marciatore azzurro Alex Schwazer, atleta allenato proprio da Sandro Donati, ha riportato al centro dell’attenzione della pubblica opinione questo libro-inchiesta sugli aspetti più torbidi della gestione della Fidal di Primo Nebiolo (al tempo anche Presidente della IAAF) e della “spettacolarizzazione” dell’atletica italiana negli anni ’80, un movimento molto spesso non corrispondente ai valori naturali degli atleti e sul quale Donati documentò in maniera precisa e puntuale tutti i principali tentativi di pratica del doping e di “promozione” commerciale dell’atletica azzurra.

Nelle sue pagine, Donati riesce a ricostruire con efficacia e profondità il mutamento di clima all’interno della FIDAL al tempo dei successi di Pietro Mennea negli anni ’70 e del crescente interesse della TV e della stampa nei confronti dell’atletica italiana. E qui Donati coglie immediatamente un punto drammatico del movimento del tempo: la rinuncia a coltivare i vivai e a incentivare le società sportive (con il conseguente calo degli iscritti e dei praticanti) a favore delle “punte” dell’atletica azzurra come i vari Cova, Antibo e Andrei, simboli vincenti dello sport italiano a livello internazionale e sicuri veicoli di propaganda per i progetti di grandezza coltivati da Nebiolo e dal gruppo dirigente di allora.

Ma come sono arrivati alcuni atleti a conseguire prestazioni così notevoli? Hanno ricevuto dei trattamenti di favore? Qui la lente di Sandro Donati si sposta su figure chiave della ricerca scientifica applicata allo sport come il Professor Conconi e alle sue radicate convinzioni sulle pratiche di emotrasfusione, idee condivise nel tempo da una fetta sempre più ampia della FIDAL che vedeva in queste pratiche scorrette una comoda scorciatoia per il successo (una “dinamica” culturale che toccherà il suo apice con lo scandalo del famoso salto allungato di Giovanni Evangelisti ai Mondiali di Roma del 1987 da parte di alcuni giudici).

Le ultime pagine del libro sono dedicate a uno dei simboli del doping di tutti i tempi, quel Ben Johnson di cui abbiamo già accennato in precedenza e ai vari casi, più o meno smaccati, che cominciavano a spuntare nell’atletica mondiale di fine anni ‘80. Su tutti, la strana vicenda della velocista americana Florence Griffith. Scorrendo le pagine, colpisce davvero molto la vicenda del mezzofondista Stefano Mei agli Europei di Stoccarda del 1986, manifestazione in cui lo spezzino riuscì a conseguire la medaglia d’oro nei 10.000 metri e l’argento nei 5.000 metri. Fatto oggetto di pesanti pressioni per via del suo orientamento contrario a qualsiasi pratica ritenuta dopante, Mei rischiò di non andare alla rassegna tedesca a causa dell’ostracismo di alcuni dirigenti. E negli spogliatoi dell’arena di Stoccarda vediamo lo spezzino chiedere la presenza di Sandro Donati, uno dei suoi allenatori, perché isolato e messo da parte rispetto agli altri due azzurri presenti in quella finale, Alberto Cova e Salvatore Antibo.

Com’è andata a finire l’abbiamo già sottolineato, a testimonianza che atleti puliti e ben allenati possono comunque raggiungere ottimi risultati. Anche alla luce di quest’episodio si comprende bene il titolo del libro, Campioni senza valore, in quanto sportivi dalle medie prestazioni potevano (e possono) diventare dei fuoriclasse solamente ricorrendo a pratiche illecite falsando i valori in campo e mettendo a repentaglio la loro stessa salute. E allora non possiamo non essere d’accordo con il famoso giornalista Gianni Minà quando, nella prefazione del libro, così descrive Sandro Donati e le sue battaglie contro il doping di qualsiasi natura: “È la storia di un uomo comune, onesto, appassionato, ben certo dei suoi valori, che un giorno, senza cercarlo né volerlo, si trova ad affrontare i più potenti, ad essere l’unico che si oppone ai padroni della ferrovia, a quelli che vogliono inquinare il panorama, la qualità della vita del suo piccolo mondo, quelli per i quali ogni singolo mezzo è lecito per far prevalere i propri interessi, il proprio profitto. Così la sua lotta spietata, solitaria, diventa senza quartiere. Ad un certo momento si tenta perfino di far passare lui per bandito. Ma questo ‘omino’, senza il fisico e la vocazione del ruolo, riesce alla fine a sconfiggere il male, almeno così sembra”.

di Simone Morichini

One thought on “I “Campioni senza valore” di Sandro Donati. Il libro che denunciò l’atletica italiana a fine anni ’80”

  1. Luca46 scrive:

    Parlare di Ben Johnson come un atleta senza valore mi sembra non esagerato ma fuori da ogni logica. Ben Johnson era un atleta formidabile, il più forte di tutti. Chi gli arrivava dietro non andava a pane e acqua. Il doping non è una bacchetta magica che trasforma i somari in purosangue. Il doping esiste dai tempi delle olimpiadi greche. Non è ne una questione ne di anni ’80, 2000 o qualsivoglia ne di nazioni. C’è da sempre e dapertutto. E’ un giro di soldi che conviene anche alla WADA, conviene a molti. Gli atleti hanno poca voce in capitolo perchè quando firmi i contratti se vuoi vedere i soldini ti attieni al sistema.

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