Boxe, Rio 2016: i professionisti alle Olimpiadi? Un vero fallimento

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Uno dei motivi di dibattito riguardanti il torneo olimpico di boxe è stato quello della presenza dei professionisti, per la prima volta nella storia, ai Giochi di Rio 2016. Molti dubbi hanno accompagnato questa scelta da parte dell’AIBA: considerati quasi come due sport differenti, dilettantismo e professionismo si sarebbero incrociati per la prima volta, con conseguenze tutte da valutare.

La prima parte del fallimento si era già percepita al torneo preolimpico di Vargas, in Venezuela: pochi professionisti si sono presentati al TQO, e nessuno dei grandi nomi del pugilato internazionale ha raccolto alla fine l’invito dell’AIBA. I pochi “pro” che sono riusciti a qualificarsi, poi, hanno ottenuto risultati a dir poco deludenti nella competizione a cinque cerchi. A ben vedere, potremmo dire che il migliore è stato proprio l’azzurro Carmine Tommasone, che nella categoria 60 kg si è imposto sul messicano Lindolfo Delgado prima di incappare nel tre volte campione del mondo, il cubano Lázaro Álvarez, pugile oggettivamente fuori portata.

Decisamente deludente è stata la prestazione del thailandese Amnat Ruenroeng, trentaseienne che tra il 2014 ed il 2015 è stato campione mondiale IBF dei pesi medi: vincitore di un incontro facile contro l’argentino Ignacio Perrin, il pugile asiatico ha subito una pesante sconfitta per KO tecnico al secondo turno del tabellone dei pesi leggeri con il ventunenne francese Sofiane Oumiha. Pessima la prestazione anche di Hassan N’Dam N’Jikam, francese che ha deciso di rappresentare il suo Paese di origine, il Camerun, nei pesi supermassimi: l’ex campione WBA dei pesi medi è stato subito eliminato dal padrone di casa Michel Borges.

Come spiegare, dunque, il fallimento dei professionisti a Rio 2016? Le ragioni, a nostro modo di vedere, sono sostanzialmente due: innanzi tutto, la formula della boxe olimpica, incentrata sulle tre riprese, è inadatta a dei pugili che sono abituati a combattere incontri sulle dodici riprese, ma è anche il livello del professionismo ad essere rimesso in discussione, visto che, tolti i grandissimi nomi, anche pugili che possono vantare titoli mondiali nel proprio palmarès sono usciti con le ossa rotte da questa esperienza a cinque cerchi.

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giulio.chinappi@oasport.it

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