Aneddoti Olimpici – Los Angeles 1932: il Duce, i Mussolini’s Boys, la “lettera” per Pavesi e un sottomarino

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Il duce di qua, il duce di là. Los Angeles 1932.

Sapete tutti che l’edizione di LA 1932, ai tempi di Franklin Delano Roosevelt, si risolse in un trionfo per la nostra spedizione: 12 ori e il secondo posto assoluto nella classifica per nazioni alle spalle dei padroni di casa.

Al termine dei Giochi, la stampa statunitense parlava degli atleti italiani definendoli “Mussolini’s Boys”. In effetti, Benito Mussolini in persona aveva dato il suo saluto più caloroso agli atleti in partenza raccomandando di tenere alto in America il prestigio dell’”Italia fascista”. E la cosa aveva impressionato non poco.

Tra le discipline vincenti, due in particolare andarono alla grande: il ciclismo e il canottaggio. Il ciclismo era lo sport più popolare, la gente lo amava e lo seguiva anche più del calcio. Campioni professionisti come Alfredo Binda e Learco Guerra li trovavi nelle figurine delle cioccolate. Ma anche a livello dilettantistico, i ciclisti azzurri non scherzavano.

A Los Angeles la gara più massacrante era la 100 km a cronometro. Che in effetti fu vinta da Attilio Pavesi, elemento del GS “Cesare Battisti” di Milano portato in America solo come riserva. Entrato in gara per la scarsa forma del titolare, il veneto Giuseppe Zaramella, Pavesi si impose alla media di 40 kmh; e poi si aggiudicò l’oro nella prova a squadre. Un trionfo! La cosa buffa fu che il motore dei suoi successi fu il duce medesimo. Al buon Attilio era capitata tra le mani una carta indirizzata a lui, con in calce la famosa “M”.

La missiva – un telegramma in realtà – era stata mandata a tutti gli atleti azzurri partecipanti alle gare, e ovviamente presentava sempre le stesse parole. Pavesi credette, al contrario, che quel telegramma fosse un pensiero del Duce esclusivo per lui, e che il fondatore del fascismo fidava nella sua determinazione per dare all’Italia la primissima medaglia alle Olimpiadi. Potenza dell’auto-suggestione, Attilio carburò al punto che stracciò tutti. (Mi sovviene un pensiero cattivo: una letterina di Mattarella otterrebbe oggi lo stesso effetto?).

 

L’altro aneddoto riguarda, come anticipato, il canottaggio. Nella specialità chiamata “4 senza” l’Italia arrivò terza, avendo come uomo cardine dell’equipaggio Antonio Ghiardello, un pescatore di Santa Margherita Ligure. Tipo spettacolare per ciarla, il Ghiardello, che divenne nel dopoguerra un ottimo allenatore anche qui a Roma, lavorando per le società di canottieri sul fiume Tevere.

La storiella che amava di più ripetere ai suoi allievi romani era la seguente: “Finita quella Olimpiade, a pochi mesi proprio, mi allenavo da solo davanti Santa Margherita quando, a una dozzina di metri, emerse un ‘sumergibile’ della Regia Marina. Immaginate il mio sbalordimento! Ma rimasi davvero a bocca aperta vedendo che, dalla torretta, usciva una figura troppa nota per non riconoscerla: Benito Mussolini, col cappello bianco da ammiraglio in su la testa pea’. Il duce non perse un attimo, mi guardò fisso e gridò con fare amichevole: ‘Ohè, Ghiardello, come sta?’. Come reagii io? Scattai in piedi pallidissimo, sull’attenti, ed eseguii il saluto romano. Per poco non caddi dallo skiff, come un bacucu, per un bagno inatteso davanti agli occhi del capo”.  

 

di Marco Impiglia, Direttore Editoriale della Società Italiana di Storia dello Sport (SISS)

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