Boxe, tutte le battaglie sociali e politiche di Muhammad Ali: dal no alla guerra del Vietnam alle dichiarazioni contro Trump

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La leggenda di Muhammad Ali è diversa da quella di molti altri grandi sportivi per un motivo in particolare: il suo nome non è legato unicamente alle imprese sul ring, ma anche a tutta una serie di posizioni politiche che hanno portato l’opinione pubblica statunitense a mondiale a spaccarsi in due sul suo conto.

Nato in Kentucky nel 1942, Cassius Clay, come si chiamava allora, visse nella sua gioventù tutto l’orrore della segregazione razziale e delle discriminazioni alle quali erano sottoposti gli afroamericani in quegli anni. Con l’inizio dei moti di protesta, sempre più vigorosi, da parte dei movimenti afroamericani, Clay non ebbe dubbi: alla forma pacifista di Martin Luther King preferì l’attivismo di Malcolm X, che nella sua prassi politica mescolava le rivendicazioni della minoranza di colore, la religione islamica ed il comunismo. Clay aderì dunque alla Nation of Islam (NOI), assumendo il nome di Muhammad Ali, in onore del fondatore della stessa associazione, Wallace D. Fard Muhammad.

In un primo momento, Ali non rese pubblica la sua conversione religiosa ed il suo cambio di nome: pur essendo campione olimpico, la sua fama non era ancora abbastanza grande, ed una cosa del genere probabilmente sarebbe passata sotto silenzio ed avrebbe significato solo la fine della sua carriera. Vinto il primo titolo mondiale dei pesi massimi da professionista, Ali uscì allo scoperto: “Cassius Clay è un nome da schiavo”, dichiarò. “Io non l’ho scelto e non lo voglio. Io sono Muhammad Alì, un nome libero. Vuol dire amato da Dio. Voglio che la gente lo usi quando mi parla e parla di me“. Le motivazioni di questa scelta vanno trovate ancora nella scelta di Malcolm X, che utilizzava la lettera X come cognome ricordando che i cognomi degli afroamericani furono imposti ai tempi della schiavitù, quando gli schiavi assumevano quello del padrone.

Ma il vero “caso Ali”, nonostante le polemiche che aveva suscitato il suo cambio di nome, scoppiò quando il pugile venne scelto per essere mandato a combattere in Vietnam, nel 1967, forse proprio come forma di ritorsione nei confronti delle sue posizioni, considerate “sovversive”. “I miei nemici sono gli uomini bianchi, non i Vietcong“, dichiarò Ali. Il campione del mondo approfondì poi la sua posizione: “Non ho mai litigato con questi Vietcong. I veri nemica della mia gente sono qui. La mia coscienza non mi lascerà sparare ad un mio fratello, o a persone dalla pelle più scura, ai poveri, agli affamati, per la grande e potente America. E sparare per cosa? I Viecong non mi hanno mai chiamato negro”. Per le sue convinzioni religiose e politiche, dunque, Ali decise di disertare, rifiutandosi di presentarsi per tre volte alla chiamata del suo nome. 

Come conseguenza, Ali perse il suo titolo mondiale e fu condannato a cinque anni di prigione, per poi essere rilasciato con delle forti limitazioni sulla sua libertà personale e sportiva: il pugile era infatti obbligato a restare all’interno dei confini statunitensi, e gli era vietato tassativamente di combattere. Solamente sette anni dopo, nel 1974 gli fu permesso di tornare sul ring: non è dunque esagerato dire che Ali ha speso gli anni potenzialmente migliori della sua carriera fuori dal ring per difendere le sue posizioni e restare fermamente coerente con le sue convinzioni politico-religiose. Nel frattempo, non rimase con le mani in mano, ma partecipò a numerose manifestazioni ed iniziative pubbliche in favore dei diritti degli afroamericani e contro le guerre, in particolare quella del Vietnam. In quegli anni, come si venne a sapere successivamente, Ali fu un sorvegliato speciale della NSA (National Security Agency) insieme ad altri esponenti critici nei confronti della guerra in Vietnam, come lo stesso Martin Luther King, e fu a lungo spiato.

Il suo impegno politico continuò anche dopo il suo ritiro dal professionismo, ed anche nella malattia non mancò mai di dire la sua in occasione dei principali avvenimenti della politica statunitense. Le sue ultime parole a riguardo, lo videro scagliarsi contro il candidato alla presidenza Donald Trump, che si espresse contro l’immigrazione dei musulmani negli Stati Uniti: “Io sono un musulmano e non c’è niente di islamico nell’uccidere persone innocenti a Parigi, San Bernardino, o in qualsiasi altra parte del mondo. I veri musulmani sanno che la violenza spietata dei cosiddetti jihadisti islamici va contro gli stessi principi della nostra religione. Noi come musulmani dobbiamo resistere a coloro che usano l’Islam per portare avanti i propri programmi personali. Essi hanno alienato molti dall’imparare a conoscere l’Islam. I veri musulmani sanno o dovrebbero sapere che va contro la nostra religione provare a costringere qualcuno a convertirsi all’Islam.Credo che i nostri leader politici devono usare la loro posizione per sensibilizzare alla comprensione dell’Islam e chiarire che questi assassini hanno influenzato negativamente le opinioni dei cittadini su ciò che l’Islam è veramente”.

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giulio.chinappi@oasport.it

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